mercoledì 1 gennaio 2014

Benvenuto, anno nuovo!

PRIMO GENNAIO 2014

Momento di bilanci. Di solito si fanno l'ultimo giorno dell'anno, io voglio farli oggi, il primo di quello nuovo.    
Mi è capitato di leggere qua e là, navigando in facebook, di gente felice, perché l'anno vecchio stava finendo, si percepiva la fretta, la voglia di vedere la fine e assaporare l'inizio di qualcosa di nuovo. Io tutta questa fretta non l'ho avuta, a dire il vero. E non l'ho avuta, perché il 2013 è stato per me un anno importante. Ognuno dà importanza a qualcosa nella vita. Per me le cose che contano sono gli affetti, la salute, la realizzazione dei sogni e naturalmente LE PERSONE.
Mi soffermerò su due cose: i sogni e le persone.    
I sogni sono quelli che ci tengono "vivi", che ci fanno palpitare, trepidare nell'attesa di qualcosa, sono quello che ci impedisce di INVECCHIARE dentro.
Ricordo, a tale proposito, una considerazione del dottor Pietro Lombardo, psichiatra, di cui avevo seguito un corso interessantissimo, diversi anni fa: <<Sapete perché Mike Bongiorno non invecchia mai? Perché si pone sempre degli obiettivi per il futuro. A ottant'anni suonati, ha ancora lo spirito di un bambino, perché vive di sogni ancora da realizzare. E ci crede, ci crede veramente. Ed è questo che tiene in vita l'essere umano: la speranza del futuro, l'attesa di qualcosa da realizzare, i progetti. Mike Bongiorno, a qualunque età morirà, morirà giovane.>>    
Beh, forse le parole non erano esattamente queste, ma molto simili, ve lo posso assicurare.        
E, allora, ho capito che anche io non sto invecchiando, perché anch'io ho dei sogni nel cassetto, anch'io ho dei progetti, dei desideri che voglio realizzare, delle attese, delle speranze.  
Quali sogni potrà mai avere una cinquantenne? Fossi davvero bambina, il mio sogno sarebbe diventare grande. Oggi, invece, è rimanere piccola. Il mio "fanciullino" continua a vivere, scalpitante e pieno di energia, dentro di me. E' grazie a lui che canto, scrivo, rido, mi emoziono, piango, assaporo i momenti della vita.      
L'anno appena trascorso mi ha regalato momenti importanti, emozioni forti, persone nuove, incontri. L'avere (casualmente) conosciuto Ambretta Sampietro, giornalista, scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, mi ha spalancato un mondo, quello della scrittura. A lei devo la scoperta della mia vena creativa nel campo della narrativa gialla, a lei devo la conoscenza di persone che hanno lasciato un segno in questo anno (gli autori del concorso GialloStresa:
Maria Elisa Gualandris, Andrea Dallapina, Antonella Mecenero, Mario Cavigioli, Alberto Pizzi, Maurizio Pellizzon, Federico Spinozzi, Ione Vernazza, Rossana Girotto, Sergio Cova, Emiliano Pedroni, il duo Manarini e Rodighiero,  Giorgio Maimone, Sabrina Minetti, Maurizio Gilardi, Massimiliano Vergani, Maria Luisa Cimarosti , Gianluca D’Aquino e Riccardo Landini; l'editrice Rosa D'Emidio, l'editore Marco Polillo, lo scrittore Massimiliano Comparin, il ReCensore Carlo Alfieri). Ambretta ha significato per me una svolta, mi ha spinta ad andare alla ricerca delle mie potenzialità di "scrittrice" e mi ha consentito di "crescere" come autrice, ma, soprattutto, mi ha dato il coraggio di espormi davanti agli altri. Prima scrivevo per me, ora scrivo per me e per chi vorrà leggermi. Grazie a lei, ho "conosciuto" autori importanti, ho potuto assistere a presentazioni, ho imparato cose nuove, ho fatto tesoro di consigli elargiti da chi ha più esperienza di me. Ad esempio, ho capito che scrivere non è solo mettere su carta dei pensieri, raccontare delle emozioni, ma è anche tecnica, specialmente nel giallo. Ho scoperto che occorre "studiare" (così ha detto Giovanni Cocco, vincitore del premio Campiello 2013), approfondire le proprie conoscenze letterarie, storiche e non solo. Ho gustato momenti di ironia costruttiva, laddove un autore ha detto: <<Uccidete! E' liberatorio e divertente. Uccidete tutti quelli che vi fanno arrabbiare, che non sopportate, che vi danno fastidio. Provate e vi sentirete meglio!>>; ho scoperto che, prima di ritenere un libro "pronto", è necessario e importante farlo leggere a persone di fiducia (Andrea Fazioli, presente con noi autori del GialloStresa al Bookcity di Milano del 22 Novembre scorso, ha detto che lui personalmente, prima di consegnare la bozza all'editore, lo fa leggere a una dozzina di persone). Prima di iniziare questa avventura, scrivevo, rileggevo da me e giudicavo buono o non buono il mio lavoro, tutto da sola. Oggi non più: scrivo, stampo e faccio leggere ad almeno tre persone (mio figlio, mia sorella e Claudio Ferrara, grande intenditore di thriller e appassionato del genere, persona del cui giudizio mi fido molto, vista anche la sua esperienza in campo cinematografico), raccolgo le loro opinioni e valuto di conseguenza cosa modificare oppure cosa aggiungere o sottrarre al mio scritto. Sto imparando ad accettare con umiltà le critiche, anche se a volte mi "infastidiscono", ma sto imparando che è importante tenere conto del punto di vista degli altri e non solo del proprio, perché io non sono infallibile, sto imparando ad ascoltare e a capire che le critiche negative vengono fatte per aiutarmi a migliorare e, man mano che scrivo, imparo l'arte dell'umiltà e di una maggiore obiettività, nonché di un'apertura della mente verso opinioni diverse dalle mie.
Il 2013 ha portato nella mia vita nuove persone, ognuna delle quali mi ha lasciato qualcosa, grande o piccolo che sia. E siccome io do molta importanza alla persona, per la mia formazione culturale e professionale (una laurea in pedagogia, studi di psicologia, insegnamento), posso dire, a ragion veduta, che l'anno appena trascorso è stato un anno ricco.
Un'altra scoperta del 2013 è stato il Caffè Letterario LA CUPOLA.     
Curioso: da ragazza frequentavo il locale con i miei amici, spesso il sabato sera, l'ambiente dei "fighetti" della Varese bene, poi, persa la compagnia di quegli anni, cambiate abitudini, assorbita dagli impegni familiari e lavorativi, nonché presa da altri interessi, come il canto e la palestra, non avevo più messo piede nel locale. Un giorno Ambretta mi ha detto: <<Dovresti passare di là, qualche volta. Ne vale la pena.>> E così, trovandomi da quelle parti, un pomeriggio piovoso, ho deciso di entrare per un caffè e ho scoperto un mondo nuovo, un ambiente trasformato: accogliente, confortevole, profumato di cultura, di carta da leggere, di torte sfornate, di bevande calde, di... casa. Persone che leggevano, mentre consumavano bibite, che scrivevano al pc, mentre addentavano una fetta di torta, che facevano quello che normalmente si fa in un ambiente che si sente familiare. E ho scoperto che il locale è ricco di iniziative culturali e non solo, dallo stiro, all'arte dolciaria, alla scrittura, ma è anche un luogo di incontri tra persone che hanno voglia di scambiarsi esperienze. E tutto ciò è merito di Alessandro Campi, che, guarda caso, ho incontrato dopo quasi quarant'anni che lo avevo perso di vista.      
Oggi ho letto gli auguri per l'anno nuovo che il Caffè Letterario ha pubblicato in Facebook, auguri realizzati attraverso un video bellissimo, che riassume i momenti più belli e significativi dell'anno vecchio. Il video si conclude con un messaggio scritto che vorrei condividere qui (dal sito ufficiale è possibile scaricare gli auguri di Natale, ma l'augurio per l'anno nuovo è praticamente identico a questo. Spero che Alessandro non me ne voglia, per averglielo "rubato").
augurio dal Caffè letterario LA CUPOLA

E come non annoverare, tra le persone nuove che hanno iniziato con me un cammino verso la fine del 2013, i miei alunni? Tre classi nuove da settembre, tanti ragazzi. "Materiale umano" da plasmare? No, ragazzi con cui condividere un percorso, una via che conduca ad un'unica meta, che per loro si chiama crescita e per me... anche.

Infine ci sono state le grandi emozioni, di quelle che mica si provano tutti i giorni.     
Il Festival dei Talenti, per esempio, una serata indimenticabile, che mi ha fatto palpitare, la prima volta che ho cantato sul palco di un teatro. Non dimenticherò mai il calore della gente di quella sera, le strette di mano, i complimenti sinceri che mi hanno commossa fino alle lacrime.      
Altra emozione, altra commozione intensa, la classificazione tra i venti finalisti del GialloStresa e poi la felicità dell'essere arrivata seconda al concorso.

Cos'altro dire di un 2013 così intenso? Credo esista una sola parola per riassumere tutto quello che ho vissuto: GRAZIE. Grazie a tutte le persone che ho incontrato lungo il cammino, grazie per le emozioni e le esperienze che abbiamo condiviso, grazie per gli insegnamenti che ho appreso, grazie per i sorrisi e le lacrime, grazie per ogni momento di vita che ho vissuto.
E spero che l'augurio per l'anno appena nato, rivoltomi da un caro amico, possa avverarsi davvero: <<Ti auguro che il meglio del 2013 sia per te il peggio del 2014!>>. E questo è l'augurio che faccio ad ognuno di voi!


Benvenuto, anno nuovo!

lunedì 23 dicembre 2013

Recensioni al racconto LA CHIESA

Un grazie sentito a Carlo Alfieri per la recensione al mio racconto "La Chiesa", pubblicata nel suo sito:
http://www.carloalfieri.com/recensioni-prefazioni/

Un sentito grazie va anche a Maurizio Gilardi per la sua recensione, pubblicata nella pagina dell'associazione culturale "Il Circolo della Trama".


da Giallolago - "La chiesa" di Laura Veroni. 

A volte mi domando come si fa ad assegnare un premio speciale a questo o quel racconto. "La chiesa" ha vinto il premio Brizio per la miglior scrittura femminile e una volta tanto non mi sono posto la solita domanda: lo ha vinto perchè è scritto bene con uno stile molto raffinato, parole equlibrate e punteggiatura perfetta. Laura è un talento. 

[...]
"La chiesa" è un racconto ben articolato, con una discreta dose di atmosfera più intima che generale, più morbosa che noir, più seducente che affascinante. Si legge con attenzione, pochi personaggi, poche situazioni contorte, un racconto intenso e per certi versi geniale nel quale spicca in modo evidente la femminilità. I dettagli, lo testimoniano. Unica leggera pecca: il finale è un po' prevedibile per chi ha letto racconti da tutta la vita. Brava, anzi, bella e brava. Il futuro non può essere che suo. Leggetelo anche voi e mi direte se ho esagerato con i complimenti, ma so già che sono tutti meritati.     


Maurizio Gilardi per Il Circolo della Trama.


A entrambi, davvero GRAZIE! 


domenica 8 dicembre 2013

GIOVANI FRAGILI




Riflettevo giusto in questi giorni sulla fragilità dei nostri ragazzi. Lo facevo come insegnante e come madre, cercando di capire, confrontando questa generazione con quella che è la mia e con quella precedente dei miei genitori. E forse la risposta al perché i ragazzi di oggi siano così fragili, rispetto a quelli di un tempo, c'è e risiede proprio nei "tempi".
Ci sono mamme che piangono, nel ricevere dalla scuola una lettera di convocazione per i propri figli (chi per la disciplina, chi per la didattica, chi per entrambe), ce ne sono altre che arrivano agguerrite contro gli insegnanti in difesa dei propri figli, perché non sono quelli che vengono descritti nella lettera, cioè poco corretti, ce ne sono altre che si disperano per un quattro e che pensano "Oddio, mio figlio è perduto!". Mamme, ma ovviamente anche papà.    
E penso a quando andavo a scuola io, a quando io era una bambina di quelle che una volta si chiamavano elementari e una ragazzina delle medie o una ragazza delle superiori. Mia madre non si è mai presentata ad un solo colloquio con le maestre o con i professori. Qualcuno penserà che non si interessasse di me, ma non è così. Erano tempi diversi, c'era meno coinvolgimento delle famiglie nella scuola e questa era meno vissuta come un affare di tutta la famiglia: era affare dello studente, punto e basta. L'insegnante aveva sempre ragione. Hai preso 4? Si vede che te lo meritavi! Hai preso una nota disciplinare? La prossima volta ti comporterai in modo da non  prenderla. Insomma, erano affari miei, non loro (dei miei genitori). Mia madre è cresciuta in orfanotrofio, orfana di guerra: suo padre era stato ucciso quando lei aveva solo tre anni e non lo aveva forse nemmeno mai visto; mia nonna aveva quattro figli a cui badare da sola ed era senza lavoro, per cui non aveva avuto altra scelta che di allontanare i figli più piccoli da casa. Erano tempi molto duri, in cui si mangiava polenta quasi tutti i giorni, perché costava poco, ma soprattutto perché riempiva tanto e non si sentivano i morsi della fame. Erano tempi in cui si badava a sopravvivere: non c'era il riscaldamento nelle case, ma le stufe a legna o a carbone (ricordo ancora quella in casa di mia nonna, con la grata attraverso la quale osservavo i tizzoni ardenti), non c'erano nemmeno i gabinetti (il bagno era una turca sul pianerottolo, una sola per un'intera palazzina, mezza diroccata, senza luce, senza finestra, senza carta igienica,ma con fogli di giornale su una mensola per potersi pulire. La doccia? Nemmeno a parlarne! C'era un semplice catino in casa, con acqua gelata che mia nonna scaldava in un pentolone sul fuoco per potersi lavare a pezzi). Sembrano cose così lontane nel tempo, invece parlo di nemmeno cinquant'anni fa...  
I ragazzi di oggi hanno tutto, ma proprio tutto: basta chiedere ed è loro concesso. La mia generazione chiedeva e le concessioni avvenivano con "calma", quella di mia madre chiedeva e le concessioni non venivano affatto. I ragazzi di oggi sono in crisi, sono depressi, non sanno che cosa significhi l'attesa di qualcosa, hanno tutto e subito; la mia generazione sapeva aspettare e per questo sapeva apprezzare quello che arrivava; quella di mia madre non aspettava nemmeno e nemmeno chiedeva, tanto sapeva che non sarebbe arrivato nulla. I ragazzi di oggi hanno una vita frenetica, agiata, comoda, facile; ai miei tempi non c'era fretta, gli agi erano pochi, le comodità pure e dovevi conquistarti le cose; ai tempi di mia madre la vita non era nemmeno vita. I ragazzi di oggi hanno amore e affetto totali, ma spesso frettolosi, perché i genitori moderni hanno sempre meno tempo da dedicare loro, soprattutto sempre meno tempo per ascoltarli; i ragazzi dei miei tempi avevano amore e affetto non dispensato a pillole o a tempo, ma pieno (e in questo credo che la mia sia stata la generazione più "fortunata"); i ragazzi del tempo di mia madre non hanno nemmeno avuto modo di percepire l'amore dei genitori, tutti presi dalla sopravvivenza e dalla praticità quotidiana (l'affetto e le coccole non trovavano spazio all'interno di una vita dura, alla ricerca della pagnotta con cui sfamare le bocche dei propri figli).
I genitori di una volta erano meno protettivi e i figli di una volta erano meno "mammoni". Ci si doveva "sbranare" da soli. Mia madre è cresciuta imparando con la fatica e col sudore a stare in piedi con le proprie gambe, senza appoggiarsi a nessuno (ricorda ancora come un incubo la propria infanzia e l'adolescenza in orfanotrofio); io mi sono sempre dovuta arrangiare a scuola, non ho mai ricevuto aiuti, nemmeno dai miei genitori, se non riuscivo a fare un compito o a studiare qualcosa (i miei avevano solo la licenza elementare, perché in tempo di guerra l'istruzione si fermava lì per molti), le lezioni private costavano troppo e non erano alla portata di tutti. Eravamo meno "viziati" e meno "protetti", ci davamo da fare per risolvere da soli i nostri problemi sia scolastici che di relazione con gli amici e non. Oggi è tutto diverso: noi genitori (mi ci metto anche io) siamo troppo protettivi e tendiamo a vivere la vita dei nostri figli al posto loro. Forse perché ci è mancato a nostra volta, forse perché avremmo voluto che i nostri genitori ci supportassero di più o forse anche perché ci sentiamo in colpa nei confronti dei nostri ragazzi, per il  troppo poco tempo che dedichiamo loro, tutti presi come siamo dalla vita frenetica che conduciamo. Ecco, allora, che li accompagniamo a scuola in macchina, a volte fin dentro il cancello e, se potessimo, persino fino in classe (perché no?), ecco che ci facciamo carico dei loro problemi, delle loro sconfitte, delle loro difficoltà che facciamo nostre e che viviamo al posto loro. E' qui il problema, a parer mio: noi genitori di oggi viviamo al posto dei nostri figli la loro vita e non gli permettiamo di crescere e di divenire autonomi e adulti. E i ragazzi crescono sempre più fragili e vulnerabili, non accettano le sconfitte, non sono in grado di sopportare le frustrazioni, non sono capaci di aspettare e crollano davanti a un voto negativo, identificando se stessi con la valutazione, anziché capire che il voto è legato alla prestazione, non alla loro persona, non accettano la nota, il richiamo, perché demolisce la loro autostima (fatta di cosa?), si fanno del male fisico e psichico, adottando comportamenti devianti, si ammalano di anoressia o di bulimia, non capiscono più il valore della vita, nemmeno sono più in grado di cogliere quelli che sono i valori, nonostante la scuola cerchi di insegnarglielo. Si abbattono e addirittura si sentono distrutti se un compagno li prende in giro o li apostrofa in un certo modo, non sanno reagire alle prese in giro, agli atti di bullismo, che esistono da sempre, e arrivano addirittura (a volte) a pensare al suicidio. Di fronte a certe cose, poi, i genitori intervengono dando troppo peso a ciò che magari si sgonfierebbero da sé e la crisi dei figli aumenta.   
Penso a quando ero bambina io... mi sono venuti in mente alcuni episodi di bullismo che ho subito. Alle elementari avevo due compagni maschi che mi perseguitavano e che mi picchiavano. Uno di loro si divertiva a spintonarmi e farmi gli sgambetti fuori da scuola, per farmi cadere. Tornavo spesso a casa con le ginocchia sbucciate. L'altro mi aspettava sulla scale di casa, quelle esterne (abitavo in un condominio per arrivare al quale bisognava percorrere una lunga scalinata in pietra) e lì, mentre rientravo con la cartella in spalla, mi faceva cadere, spintonandomi e prendendomi poi a calci (non ho mai capito perché). Non ho più rivisto quei miei compagni, ma ricordo ancora perfettamente i loro nomi e cognomi. Provavo una frustrazione indicibile e vivevo la cosa come un'ingiustizia. Non c'era nessuno a difendermi. Ne ho parlato forse una volta sola con i miei genitori, anche perché mi vedevano tornare a casa con le ginocchia sbucciate. "Impara a difenderti, svegliati!" Questo era il messaggio. Avevo anche un'amica che, gelosissima di me, non so per quale motivo, faceva di tutto per umiliarmi davanti alle altre amiche e anche davanti alla maestra. Anche di lei ricordo bene il nome ancora oggi, nonostante fosse straniera, con un cognome impronunciabile, e nonostante sia tornata al suo paese, dopo le elementari e non l'abbia più vista.  Ho imparato a gestire la mia frustrazione da sola. I ragazzi di oggi, invece no, non sono in grado di farlo, né possono farcela, finché trovano noi che lo facciamo al posto loro.

giovedì 28 novembre 2013

Lettera ad un'alunna

Riporto, di seguito, una parte di una lettera che ho scritto in risposta ad una mia alunna, che mi chiedeva, tra le altre cose, di soddisfare alcune sue curiosità circa i miei libri. Visto che sono domande che mi vengono rivolte spesso, ho pensato di rispondere pubblicamente. 

                                                                    Casa della prof, 28/11/2013

   Carissima, 
grazie per la tua lettera!
   
Sono contenta che il mio libro ti aiuti a recuperare un po' di serenità, anche se la storia è un po' deprimente. A me piace molto, l'ho scritto con molta "passione" nel vero senso del termine (pathos, in greco, significa sofferenza, non solo "passione" come la intendiamo noi).
Mi chiedi a che cosa mi ispiri, quando scrivo i miei libri. Ti rispondo subito che mi ispiro alla mia fantasia, ma prendo spunti anche dalla realtà che mi circonda. C'è molto di me, nel  romanzo che stai leggendo, non nel senso che la storia mi appartenga (grazie al cielo no!), ma nel senso che la protagonista ha il mio stesso modo di pensare e di sentire le cose. Ho scelto come professione per lei la prof, perché così avrei potuto scrivere con cognizione di causa, muovendomi in un campo che conosco molto bene. E' sempre difficile riuscire a trovare le professioni dei personaggi delle storie che si inventano, sai?, perché, alla fine, ti trovi a dover descrivere quello che fanno e, se non lo sai, non è semplice e rischi di scrivere cose scorrette. Ovviamente, non tutti i miei protagonisti sono insegnanti. Ti cito alcune professioni che ho fatto svolgere ai personaggi dei miei libri: psicologo/psichiatra, ginecologa, investigatore, estetista, manager, attrice.
Il libro che stai leggendo, "Volevo solo essere felice", è molto intenso, scava nei sentimenti dolorosi dei vari personaggi, alcuni trattati con profondità, altri meno, come avrai già notato tu stessa.  Nello scriverlo, ho amato la figlia della protagonista come fosse la mia e ho sofferto per lei. Ti confesso che sono persino riuscita a piangere, mentre scrivevo alcune pagine. Mi ero talmente fatta prendere dalla storia che mi sembrava di viverla in prima persona. 
L'altro romanzo che ho pubblicato con lulu.com, invece, vede un maggior numero di personaggi, ma non è un libro adatto alla tua età, è più per adulti, così come per adulti sono i due thriller che ho scritto ultimamente e che non sono ancora stati pubblicati (né so se mai lo saranno, visto che, questa volta, a differenza delle altre, mi sono affidata ad una vera casa editrice).    
Altro libro che potresti, invece, leggere è "I ricordi di Lalla": questo, tra l'altro, è disponibile anche nel mio blog, senza bisogno di acquistarlo.  A differenza degli altri, è autobiografico: è la mia storia. Ho inventato solo il finale. Lì dentro ci trovi la tua prof bambina, fanciulla, adolescente e giovane donna e tutto corrisponde a verità.      
Concludo questa lettera, rispondendo alla tua ultima domanda: che sensazione provo quando vedo il mio nome scritto sulla copertina.    
Una grande soddisfazione! Un libro è una parte di te.   
Un giorno, un mio amico scrittore mi ha detto che, quando ti viene pubblicato un tuo scritto, è un po' come un parto. Lui si riferiva a quando è una vera casa editrice a farlo. Beh, credo che avesse ragione: lo senti un po' come un figlio. 

Spero di avere risposto in modo esauriente a tutte le tue curiosità.
Ti abbraccio


La tua prof

giovedì 21 novembre 2013

Alla Feltrinelli di Varese

E per chi non potesse partecipare all'incontro di oggi pomeriggio a Milano, ci sarà quello di Domenica 17 Febbraio alle ore 17.30, presso la libreria Feltrinelli di Varese.

EVENTI

Corso Aldo Moro 3 - Varese

Domenica 24 Novembre ore 17:30

                                
Incontro con gli autori
Rossana Girotto, Sabrina Minetti, Giorgio Maimone, Laura Veroni,
Alberto Pizzi, Ione Vernazza, Emiliano Pedroni, Federico Spinozzi, Massimo Rodighiero e Francesco Manarini
 e la curatrice Ambretta Sampietro
per la presentazione dell’antologia  
“ Giallolago ”
Eclissi Editrice

Interviene lo scrittore Massimiliano Comparin




Giallo Lago è un’antologia costituita da venti racconti gialli ambientati sul lago Maggiore e sul Lago d’Orta, scelti tra i partecipanti al premio Giallostresa 2013. Stresa, le isole Borromee, Verbania, Lesa, Cannero, Cannobio, Orta, l’isola di San Giulio e Ameno sono i “luoghi del delitto”. Seguito ideale del fortunato volume “Delitti d’acqua dolce”, la pubblicazione è stata quest’anno affidata a Eclissi Editrice. I luoghi sono rigorosamente reali, personaggi e avvenimenti di fantasia. Ad eccezione delle figure storiche di Antonio Rosmini e Alessandro Manzoni.

mercoledì 20 novembre 2013

Bookcity, MILANO






Milano, arriviamo!!!
A tutti gli amici che volessero trascorrere un venerdì pomeriggio diverso...
foto di Augusta Brambilla
Ci vediamo il 22 Novembre alle 17.30 a Palazzo Morando!
Laura Veroni
(in piedi da sinistra: Ambretta Sampietro e Riccardo Landini;
seduto alla mia sinistra Giovanni Cocco della coppia Cocco e Magella)

domenica 10 novembre 2013

PERCHE' SCRIVO e PERCHE' LEGGO (con omaggio finale a Mario Cavigioli)


Perché scrivo? Per lo stesso motivo per cui leggo: per emozionarmi.     
Sì, scrivere mi emoziona. Mi emoziona, perché entro nella storia che creo, mi emoziona, perché faccio mie le vicende dei miei personaggi, perché mi calo nella loro parte e vivo le loro storie come fossero mie.      
Scrivere, inventare storie, creare situazioni a volte al limite della realtà, storie e vicende che non vivrò mai, è un po' come recitare una parte. Lo scrittore e l'attore: entrambi interpretano, entrambi fingono, entrambi "giocano". Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo... cantava Battiato ed io sottoscrivo.
La scrittura ha diversi scopi, lo insegno ogni anno ai miei studenti, in quanto fa parte della comunicazione e si comunica in base ad uno scopo, da cui le funzioni molteplici della lingua (ma non voglio fare una lezione di linguistica in questa sede).  
Ci sono molte tipologie testuali, come tutti sappiamo: testo informativo, testo argomentativo, testo narrativo, testo descrittivo, testo poetico ecc...
Quello che prediligo è quello narrativo. Ecco, sì, a me piace narrare. E penso che piaccia alla maggior parte degli scrittori. Poi, naturalmente, c'è chi scrive per informare, chi per argomentare, chi per istruire. C'è solo l'imbarazzo della scelta.        
Scrivo da diverso tempo, come ho più volte dichiarato anche in questo blog, ma non ho mai veramente pubblicato. E' uscito solo di recente un mio racconto edito da Eclissi, pubblicato nell'antologia GialloLago, ma romanzi veri e propri sono rimasti sogni nel cassetto, di cui tre nel "cassetto" del web, uno consegnato a un editore, un altro appena terminato e in fase di rilettura. Però mi sono sempre dilettata a scrivere, come testimonia l'esistenza di questo blog, che è un concentrato di pensieri ed emozioni.   
Come dicevo all'inizio di questa pagina, scrivo ma leggo anche per emozionarmi. I libri che mi piacciono di più, sono quelli che mi lasciano qualcosa, quelli che mi scuotono l'animo, che mi fanno pensare, soffrire, piangere, vibrare. Tra i miei preferiti "Come Dio comanda" e "Ti prendo e ti porto via" di Ammaniti, "Venuto al Mondo" e "Non ti muovere" della Mazzantini, ma potrei citarne molti altri. Il primo libro che ha provocato in me forti emozioni è stato "Piccole donne". E' stato il mio primo romanzo: l'ho letteralmente divorato. Ero una bambina di otto anni e non mi piaceva leggere. Mio padre, proprietario di un libreria, era disperato, perché non riusciva a farmi appassionare a nessuna lettura. Finché è arrivato quel libro, preso in prestito dalla biblioteca scolastica. Da lì è cominciata la mia passione per i libri. Non posso dire di avere letto di tutto, nella mia vita, in quanto esistono generi che proprio non digerisco, come la fantascienza (letto solo "Il pianeta delle scimmie" e con grande fatica), la politica, l'economia. Ed è anche facile capire perché: difficile che libri di quel genere suscitino emozioni.
Da bambina, mi piaceva molto leggere i libri di Nancy Drew, la mia eroina investigatrice (li ho letti tutti); da adolescente, ho cominciato ad appassionarmi alle grandi storie d'amore (vedi "Cime tempestose"); da adulta sono passata dai thriller ai drammi ai libri di vita vissuta e dolorosa. Non so dire quanti libri abbia letto, ma non sono pochi. Fino a un po' di tempo fa, non dormivo se prima non avevo letto qualche pagina e, finito un libro, dovevo averne pronto subito un altro. C'è stato il tempo dei thriller che poi ho abbandonato, perché, al di là del brivido e della paura, non mi lasciavano nulla per me stessa, non una domanda a cui cercare risposta, non una riflessione, non un dolore, non un'emozione profonda. E ho cambiato genere. Poi, dopo anni di non scrittura, ho ripreso a scrivere e ho trascurato la lettura, non riuscendo a fare l'una e l'altra cosa. Non avevo mai scritto thriller. Ho cominciato qualche mese fa, quando ho conosciuto Ambretta Sampietro, grazie al concorso Giallo Stresa. Mi sono detta: "Perché non provare?" E così ho partecipato al concorso per giallisti e mai avrei immaginato di classificarmi seconda e di vincere addirittura il premio della miglior scrittura femminile. Durante l'estate, ho scritto il mio primo romanzo Thriller, che attualmente è nelle mani dell'editore, e in questi giorni ho terminato il mio secondo romanzo di questo genere. L'ho finito e già mi manca. Mi manca, perché era un appuntamento fisso, la sera, dopo cena fino all'ora di andare a letto (molto tarda) e la domenica mattina, pomeriggio e sera. Mi mancano i miei personaggi e le loro vicende: mi facevano compagnia, condividevo le loro emozioni. Mi è capitato, a volte, di commuovermi con loro, di innamorarmi insieme a loro, di avere paura con e per loro. E ora loro sono qui, dentro al computer, chiusi in un file, mentre io sono qui fuori e non faccio più parte delle loro storie. Ci si sente un po' disorientati. Almeno, per me è così.       
Intanto, ho terminato di leggere il libro di Mario Cavigioli, "Oltre quello ci sembra giusto essere".    
Mario è uno dei concorrenti che ha partecipato insieme a me al Giallo Stresa, concorso che mi ha dato l'occasione di conoscere alcuni scrittori veramente in gamba, nonché persone interessanti dal punto di vista intellettuale ma anche umano. Beh, devo dire che il suo libro mi è piaciuto molto e che mi ha veramente emozionata. Eh, sì, caro Mario, sei riuscito a farmi vibrare: complimenti! Mi sono anche salite le lacrime agli occhi, nel finale.  Bravo! A lui ho scritto un messaggio, nel quale gli dicevo che le sue pagine hanno uno stile molto diretto. Mario sa entrare nell'animo umano, nella testa, nei pensieri, nel cuore. Sa descrivere le emozioni e i sentimenti dalla parte maschile, ma anche da quella femminile, al punto che certe pagine potrebbe averle scritte proprio una donna. Scava a fondo nei singoli "drammi", ma con leggerezza, cosicché la pagina scorre senza risultare pesante. Ha un ottimo stile. Mario scrive anche poesie. L'ho conosciuto e apprezzato prima come poeta che come scrittore e mi ha colpita positivamente in entrambe le vesti.
E concludo questa pagina, con il mio GRAZIE speciale a questo autore, per avermi regalato un'emozione in più.

Ti abbraccio, compagno di avventura letteraria!