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sabato 23 agosto 2025

FAGOCITATI DAL VIRTUALE, RISCHIAMO DI PERDERE IL CONTATTO CON LA REALTA’?

 

Da tempo volevo scrivere il mio pensiero circa i social e il mondo virtuale dal quale siamo ormai completamente fagocitati tutti (o quasi), ma, ogni volta che mi accingevo a farlo, sorgeva in me la considerazione che l’argomento è stato ormai affrontato da più parti, che il fior fiore degli esperti di ogni tipo ha scritto in merito, steso articoli, trattati, volumi, per cui ritenevo che la mia fosse solo una voce in più, inutile, ripetitiva del già detto, già letto, già scritto, già sentito, e lasciavo perdere.            
Però continuavo ad avvertire l’urgenza di dire la mia, proprio perché non solo come persona nella vita di tutti i giorni, ma anche, e soprattutto (cosa che mi preme di più), come insegnante, e quindi educatrice, a scuola, mi scontro quotidianamente con una realtà che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti e mi domando cosa si possa fare per porre rimedio a questo stato di cose, prima che tutto precipiti.        
Che tutto precipiti, badate bene, perché ho la netta percezione che l’essere umano si stia disgregando, che stiamo andando alla deriva e stiamo annullando la nostra “umanità” (cervello, corpo e anima), assorbiti dal mondo virtuale.        
Stiamo perdendo i contorni del nostro ESSERE, stiamo perdendo la LIBERTA’, stiamo perdendo la capacità di RELAZIONARCI agli altri.         
Il fenomeno degli Hikikomori (l’isolamento sociale volontario emerso negli anni Novanta in Giappone, che ha provocato un incremento di ragazzi chiusi in casa in ritiro volontario, per il quale invito a leggere l’articolo QUI) sta dilagando in maniera drammatica anche in Italia. A oggi si stimano 200.000 casi.        
La prima volta che ho incontrato questo termine è stato qualche anno fa su un’antologia. Stavamo svolgendo un’attività di gruppo in classe, nell’ambito di Educazione Civica, che comportava la realizzazione di un grafico inerente all’uso del cellulare da parte dei preadolescenti e ci siamo imbattuti in una lettura sugli hikikomori. Era una parola sconosciuta anche a me e ne ero rimasta parecchio incuriosita. Al termine della lettura, avevo deciso di approfondire l’argomento, assegnando ai ragazzi una ricerca da svolgere a casa, per poi discuterne insieme a scuola. Ricordo che ci era parso un mondo oserei dire da fantascienza e di aver pensato che un fenomeno del genere non avrebbe mai potuto coinvolgere i nostri ragazzi, ritenendolo frutto di una società e di uno stile di vita totalmente diverso da quello del mondo occidentale, troppo lontano. Invece…




Da docente che lavora nella scuola da oltre un trentennio, posso dire di avere assistito a un crollo della realtà dei nostri giovani, a un cambiamento piuttosto repentino nel volgere di pochi anni (forse gli ultimi dieci) del loro comportamento, nonché del modo di affrontare lo studio e le relazioni sia con i pari che con gli adulti.      

Sempre più ragazzi soffrono di quella che viene definita “ansia sociale”, un disturbo che rende difficili, se non addirittura impossibili, le relazioni, non riescono a entrare in classe, a volte nemmeno a varcare il cancello della scuola, sono colti da attacchi di panico e i genitori si vedono costretti a ricorrere a specialisti per affrontare quello che diventa un problema non più solo del singolo, bensì dell’intera famiglia. In questi casi (che, purtroppo, come ho già detto, sono in aumento) anche noi insegnanti veniamo coinvolti e ci troviamo ad affrontare colloqui periodici con psicologi e specialisti di riferimento, per cercare di capire come aiutare lo studente in questione. Tutti sappiamo che esiste l’obbligo di frequenza scolastica fino ai sedici anni, ma non tutti (specialmente chi non è del mestiere) sono a conoscenza di questo drammatico fenomeno, in cui alcuni ragazzi si ritrovano invischiati, caratterizzato da una sorta di “blocco” che impedisce loro di immergersi nella realtà concreta dell’ambiente scolastico.        
Se la scuola è un ambiente comunque protetto e comprensivo, che si prodiga per andare incontro a questo genere di problematiche degli studenti, il mondo fuori non lo è altrettanto. Superato il periodo della scuola attraverso modalità diverse dalla consuetudine consistenti in studio a casa, incontri online, sporadiche presenze al di fuori della classe, magari in laboratori all’interno dell’istituto, per la verifica delle conoscenze/abilità/competenze acquisite in ambiente domestico, cosa ne sarà di questi ragazzi? Come potranno affrontare la vita? Sicuramente attraverso un percorso lungo e spesso difficoltoso, nonché oneroso, che dovrà portare al superamento dell’ansia che ha costretto il ragazzo all’isolamento.       
C’è, però, da chiedersi come questi ragazzi trascorrano il tempo, rimanendo da soli a casa. Non certo a studiare h24. I genitori devono pur sempre lavorare, di conseguenza si ritrovano a passare molte ore in solitudine. Inevitabilmente, sono portati a cercare compagnia e fonti di distrazione nel mondo dei social e a vivere di rapporti sempre più virtuali e sempre meno reali. 
Fortunatamente, in questi casi, non siamo ancora nella sfera del fenomeno Hikikomori, ma è evidente che, se la situazione non viene adeguatamente e tempestivamente affrontata, il rischio che degeneri sussiste.     
Sempre più scuole attivano sportelli psicologici (e il numero di richieste è sorprendentemente in aumento), nonché progetti per formare gli studenti a un uso consapevole del web (cittadinanza digitale). Questo perché il disagio e l’ansia non sono limitati solo a casi isolati, ma sono estesi a tutta la popolazione giovanile e, vorrei aggiungere, non solo a quella. Non starò qui a elencare tutte le casistiche di questo fenomeno che ci coinvolge tutti e che, come ho già detto, sono state affrontate da altri. Invito, però, i genitori e gli insegnanti che ancora non lo avessero fatto alla lettura di un libro che reputo fondamentale per riuscire a comprendere i nostri giovani e i loro disagi: “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt.          
Vorrei concludere questa mia riflessione, facendo un riferimento anche al mondo adulto, anch’esso sempre più assorbito dai social e dal web. È deprimente osservare e constatare come siamo cambiati nell’ultimo decennio, come ci siamo lasciati travolgere e condizionare dal cellulare. Il cellulare, nato come strumento di COMUNICAZIONE mobile, come oggetto per aumentare la nostra sicurezza (sono fuori casa e ho un problema, devo comunicare un ritardo, ho perso il treno, ho avuto un incidente…) si è trasformato in un’arma LETALE per la nostra salute fisica, ma soprattutto psichica. Ci ha trasformati, ha modificato il nostro comportamento, il nostro modo di vedere, ci ha resi SCHIAVI.     
Se col tempo modificherà in modo evidente la nostra postura (si ipotizza un futuro di esseri umani con la gobba a livello delle vertebre cervicali, tutti sempre con la testa rivolta verso il basso, per leggere messaggi, osservare video e via dicendo… non vi ricorda l’evoluzione della specie di Darwin?), non ci rendiamo conto che ha invece già modificato il nostro cervello e condizionato le nostre esistenze, nessuno escluso.     
Osservo. Osservo le persone. Lo faccio quando sono in treno, lo faccio al ristorante, lo faccio nelle sale d’attesa, lo faccio per strada, ovunque. E noto. Noto che la gente non è più capace di gestire “i tempi morti”, le attese, perché l’attesa, che una volta generava un’ansia positiva, oggi genera l’ansia negativa, quella disturbante, per cui siamo portati a evadere, a cercare di riempire il vuoto con qualcosa che distragga il nostro cervello dalla riflessione, da qualsiasi tipo di riflessione. La gente è distratta dal mondo reale, immersa in quello virtuale, assorbita, fagocitata. Ovunque vedo persone con il cellulare in mano. Vedo mamme che camminano per strada spingendo il passeggino con dentro bambini ignorati, poiché intente a messaggiare o a fare altro con il telefonino. Vedo coppie al ristorante che non si parlano, non si guardano negli occhi, ma sono concentrate sul proprio schermo; vedo padri con i figli con i quali magari vorrebbero parlare e i figli li ignorano, perché preferiscono chattare con gli amici o viceversa (ho visto anche quello), ma più spesso sono entrambi intenti a fare altro, ognuno con il proprio cellulare. Vedo persone riempire il tempo nelle sale d’attesa, con la testa china sul telefono. Sono sempre più rare quelle che hanno in mano un libro e ancor più rare quelle che nel silenzio aspettano senza fare nulla.
Osservo e mi domando: se siamo noi adulti i primi a lasciarci travolgere da questo malefico strumento, se diamo più importanza ai rapporti virtuali, ignorando chi ci è fisicamente vicino, se diamo per scontate le persone reali e le releghiamo in un angolo, senza degnarle di attenzione, senza sforzarci di ascoltare i loro bisogni, facendole sentire poco importanti per noi, se per far stare tranquilli i nostri figli li piazziamo davanti allo schermo già da piccoli, come possiamo sperare che il mondo guarisca?   
Tocca a noi “grandi” essere di esempio ai piccoli, se vogliamo salvarli. Forse siamo ancora in tempo per farlo e per salvare anche noi stessi. Basta cominciare, disintossicandoci come si farebbe con un farmaco che ci ha creato dipendenza, scalandolo poco alla volta. Cominciamo impegnandoci a trascorrere meno tempo sui social, sforzandoci di dedicare invece più momenti a chi ci è vicino, e smettiamo di farci rubare la vita.  



mercoledì 16 aprile 2025

25 APRILE, FESTA DELLA LIBERAZIONE

 

RIFLESSIONE SUL 25 APRILE


immagine da interno.gov.it

C

 


ari ragazzi,

avete mai pensato davvero che cosa rappresenti il 25 Aprile? Che significato ha per voi generazioni Zeta e Alpha questa data?   
Forse per alcuni è soltanto un giorno di vacanza, uno in cui non c’è scuola e si può poltrire a letto, fare colazione tardi e non pensare a compiti e interrogazioni.      
Per altri magari rappresenta un’occasione per recarsi in località di vacanza, al mare o in montagna oppure in città d’arte o ancora per andare a trovare parenti che vivono lontano. Qualcuno invece resterà a casa e vivrà questa giornata come una festa qualunque. Ma non è così. Il 25 Aprile non è una semplice festa: è molto di più.
A questo giorno dobbiamo la nostra LIBERTA’.              
I vostri insegnanti vi avranno sicuramente parlato di quella che è stata la liberazione dal nazifascismo. Ne avrete sentito parlare in televisione, chissà quante volte anche negli anni passati, ma, forse, la notizia vi è scivolata addosso senza lasciare traccia.      
Non deve essere facile alla vostra età cogliere il significato profondo della LIBERTA’. E sapete perché? Perché voi siete nati liberi.          
Il fascismo, la dittatura che ha governato il nostro Paese per un ventennio, è un evento che non vi ha coinvolti, come ha invece coinvolto le generazioni degli anni successivi alla Grande Guerra a partire dal 1922.   
Si può capire fino in fondo il valore di una cosa (la libertà), senza avere mai vissuto la sua privazione? Non sempre è facile apprezzare ciò che si ha, ma provate a pensare che cosa significhi vivere nell’assenza di libertà. Immaginate di vivere “costretti”. Costretti? Vi domanderete che cosa significhi questo termine.         
Ecco che cosa dice il dizionario:

VOCE DEL VERBO COSTRINGERE

1.    Obbligare qualcuno, con la forza o la suggestione, ad andare contro la sua volontà.

2.    Obbligare a stare in un luogo, immobilizzare.

Ma ci sono anche altre definizioni simili.    
Ecco, immaginate, allora, di vivere così. Le persone che hanno vissuto in quegli anni non erano libere di esprimersi come volevano, di muoversi come volevano, di fare quello che volevano, persino di “pensare” come volevano (c’erano molti condizionamenti), pena l’incarcerazione o la morte. Il fascismo, come tutti i totalitarismi, controllava la vita pubblica e privata dei cittadini.       
Che grande fortuna, invece, avete voi che potete vivere liberi! 
Ed è proprio per cogliere a fondo il significato della LIBERTA’ che la nostra Dirigente Scolastica ha proposto, in occasione dell’80esimo della festa della Liberazione, di far realizzare a ogni classe un’attività da condividere con le altre: scrivere le vostre riflessioni e incollarle su cartoncini verdi, bianchi e rossi da applicare sulla grande bandiera tricolore posizionata nell’atrio della nostra scuola.        
Sarà un momento di “comunione” (nel senso di metter in comune), che vi vedrà protagonisti, non più solo spettatori, di un giorno che tanto ha significato, e che sempre ne avrà, nella storia del nostro Paese e di ognuno di noi.

Buona LIBERTA’ a tutti! 

Prof Veroni 
         

 

giovedì 19 agosto 2021

LA CULTURA A SCUOLA: COME SI FA?

Onorata che la mia tetralogia sull'argomento "Fare cultura a scuola: come si fa?" sia ospitata all'interno del blog di Dario Villasanta: 

SCRIVERE SENZA 

PAROLE, 

leggere oltre le storie

Un blog ricchissimo, assolutamente da visitare.

     
Cliccando sui link seguenti, potete prendere visione della tetralogia.

Parte prima: INTRODUZIONE

Parte seconda: LA TEORIA

Parte terza: LA PRATICA

Parte quarta: IL FATTORE UMANO

sabato 4 aprile 2020

SCRIVERE DURANTE L'EMERGENZA CORONAVIRUS. L'articolo su "Oltre"

Ringrazio "Oltre" per avere chiesto il mio piccolo contributo

Prendiamo foglio e penna e diamo vita a parole bellissime...

Scrivere. Durante l’emergenza da Coronavirus. Scrivere per esternare le proprie paure, le proprie emozioni. Scrivere non per forza per essere letti da altri, ma per pensare, per riflettere, per farsi coraggio. In un momento difficile, drammatico, in un momento in cui si è chiusi in casa e, al di là dei social, delle serie tv, della lettura, ci si ritrova più facilmente a parlare con se stessi e ad ascoltare i propri timori e le proprie ansie, ma anche a sognare come potrà essere dopo, ecco che scrivere ciò che ci si muove dentro, o anche una storia che ci viene a chiedere di essere raccontata può diventare qualcosa di più. Può quasi essere una terapia.
E può aiutare chi della scrittura ha fatto un mestiere, ma anche chiunque di noi senta il bisogno di mettere nero su bianco ciò che prova.
E di emozioni e di sentimenti, dalla paura allo smarrimento, sono piene anche le riflessioni della maggior parte degli adolescenti, come testimonia Laura Veroni, giallista varesina docente di lettere alla scuola secondaria di primo grado Vidoletti di Varese. «Fin dai primi giorni di chiusura delle scuole – spiega -, attraverso una lettera inoltrata con il registro elettronico ho chiesto ai miei studenti di terza di raccontare in un tema di riflessione i loro sentimenti, le loro emozioni. Sono emerse riflessioni profonde: la paura, più che per sé per i loro nonni, ma anche un senso di smarrimento». Come scrittrice, invece, lei sta utilizzando molto il suo blog.
Laura Veroni, giallista e docente di lettere alla scuola secondaria di primo grado
Vidoletti di Varese fa scrivere ai suoi alunni le riflessioni suscitate dal momento.


martedì 24 marzo 2020

OSTAGGI DELLA PIATTAFORMA?

La mia 3^E, qualche giorno dopo la chiusura della scuola


La mia postazione di lavoro in fase attiva


La realtà virtuale ha completamente invaso le nostre vite. Oggi più che mai è questa a dominare il mondo. E mi viene da pensare: meno male che esiste. Immagino come sarebbero le nostre giornate, in questo terribile periodo di clausura, di quarantena, di arresti domiciliari e chi più ne ha più ne metta per definire il tragico momento che stiamo vivendo.   
Il virtuale è ciò che ci rende possibile il contatto, quello che il virus ci sta negando. Se il virtuale non esistesse, saremmo tutti isolati, soli, chiusi dentro alle nostre case, senza rapporti di alcun tipo con il mondo fuori.       
A proposito, esiste ancora il Mondo? Me lo stavo chiedendo giusto ieri. Ho spalancato la finestra della cucina e ho guardato oltre: sì, c'era. C'era anche stamattina. Incredibile!        
La cosa che colpisce di più in questi giorni è il silenzio. Un silenzio surreale. 
Non si sentono più le grida dei bambini che giocano in cortile, non si sente più il rumore del pallone che sbatte contro la porta del garage, non si sente più la voce di qualche mamma che chiama, non si sentono più le auto e i motorini. Fino a qualche sera fa, udivo, a un'ora precisa della sera, alcuni rumori che richiamavano la mia attenzione e mi facevano dire: ok, le persone esistono ancora. Erano il battito di mani che applaudivano l'operato dei medici, era la voce di qualcuno che intonava cori sul balcone, era il suono di un disco a tutto volume che proveniva da qualche appartamento, un disco che riproduceva canzoni italiane, piuttosto che l'inno nazionale, mentre il tricolore ondeggia alla brezza di questa strana primavera, accanto a striscioni arcobaleno appesi alle ringhiere con impressa la scritta Ce la faremo.        
Da qualche giorno, però, tutto tace, tutto è silenzio attorno a casa mia. Quasi non me ne sono accorta: è svanito tutto senza fare rumore. Come se una sorta di arrendevolezza avesse colto i promotori di quei suoni, di quelle canzoni, di quei battiti di mani. Silenzio. Un silenzio che sgomenta. Poco fa, ho sentito il cinguettare di un uccello che si era posato su un ramo di fronte alla mia finestra. Mi ha quasi fatta sussultare. Ho pensato che per qualcuno la vita continua come niente fosse. Ma quel qualcuno non ha parole umane.
Noi uomini siamo costretti a vivere chiusi in casa da diverso tempo ormai. 
E chissà quanto ancora durerà questa clausura... Ma, come dicevo poc'anzi, fortunatamente esiste il virtuale.     
Ognuno ha il proprio spazio virtuale nel quale trascorrere la giornata: c'è chi lo passa dentro ai social e chi in streaming, con lo smart working, chi si perde dentro Oculus Rift.        
Una delle realtà che accomuna di questi tempi tutte le famiglie con figli in età scolare è la Piattaforma Classroom di gsuite. Alunni, genitori e docenti: tutti ostaggio della piattaforma.       
Da quando le scuole sono state chiuse in base al decreto ministeriale, ci si è dovuti attivare con la didattica a distanza. In pochi giorni, migliaia di insegnanti e alunni hanno dovuto imparare da zero a utilizzare questo strumento che la tecnologia ci ha messo a disposizione. Lo scopo è quello di mantenere i contatti con gli studenti, di non abbandonarli a se stessi, di portare avanti anche a distanza la didattica, di non perdere l'anno.      
Quello che si è verificato, all'inizio, è stato il "delirio" collettivo. Parlo dal mio punto di vista, che è quello del docente, ma immagino anche cosa possa essere stato per le famiglie dei miei ragazzi. Una parola per riassumere il tutto: STRESS.
Ho ancora in mente il giorno dell'attivazione, una domenica. Tutto il corpo docente della mia scuola in attesa dal mattino, tutti connessi, tutti pronti con il pc e con i cellulari; messaggi infiniti tra di noi: parte, non parte? Ci possiamo registrare? Quando ci danno le credenziali? Il Dirigente tempestato di telefonate e Whatsapp da ogni dove, un'attesa lunga ed estenuante, fatta di ansia e trepidazione. Poi, finalmente, verso sera... pronti, partenza, via!
Una nottata per approntare tutto, per registrarci, per attivare la piattaforma, i nostri corsi, creare i codici, i link per le videoconferenze che sarebbero partite l'indomani con gli alunni che non vedevamo più da giorni. Chi non sapeva come fare, chi, poco avvezzo all'uso del pc e di certi strumenti piuttosto che programmi, colto da ansia inenarrabile; il cellulare impazzito che continuava a squillare: messaggi con richieste di aiuto, telefonate fino a un'ora assurda.
 
Poi, come d'incanto, il mattino del lunedì, ecco gli alunni connessi. Ecco, di nuovo i loro volti. Non più come eravamo abituati a vederli dietro i banchi di scuola, no. Erano volti smarriti, tesi, quasi impauriti. Li ho accolti col sorriso più rassicurante che sono riuscita a sfoderare in quel momento. Tranquilli, ragazzi, stiamo tutti bene. Era questo il messaggio importante da fare arrivare in quel momento. Un'ora di collegamento così, a informarsi sullo stato di salute di ognuno di loro e dei loro familiari (perdonatemi l'assenza della "g", ma in questo sono ancora vecchio stampo e mi piace conservare la tradizione), un primo timido approccio tra l'insegnante coordinatore di classe e i suoi ragazzi.
Dal giorno seguente, il pandemonio (termine che calza a pennello in clima di pandemia): insegnanti connessi per dieci/dodici ore al giorno, per capire l'uso di questa malefica (seppur benedetta) piattaforma, la scoperta, individuale e collettiva in Meet/Hangouts (pensare che fino al giorno prima nemmeno sapevo esistessero), delle sue varie funzioni e opportunità, la registrazione degli alunni nelle classi virtuali con tutti i problemi annessi e connessi, la creazione di lezioni ad hoc da caricare in piattaforma (in .ppt le più semplici), la difficoltà di caricare il materiale di studio e i compiti da svolgere, il ritorno di questi ultimi, il non riuscire da parte di alcuni alunni a inviarli e da parte di noi docenti di renderli, l'ansia da prestazione reciproca, genitori che contattano i docenti via mail chiedendo aiuto perché i figli non riescono a inviare il compito e temono di essere valutati negativamente, i codici di accesso ai corsi, i link delle video-lezioni, alunni che perdono le password e non riescono più a rientrare...
ALT! STOP! FERMI TUTTI!   


la vignetta che circola in questi giorni in Internet
e che rende molto bene la situazione
Andrà tutto bene, ripetiamolo come un mantra: andrà tutto bene. E dobbiamo crederci, anche se non per tutti sarà così, perché qui c'è chi impazzisce per la didattica a distanza, ma c'è soprattutto gente che muore. Siamo un paese, un intero popolo in ginocchio, l'intero mondo lo è.    
Allora (lo dico anche a me stessa che di questo stress da piattaforma mi sento una delle tante vittime) calmiamoci, cerchiamo di guardare le cose nel giusto modo, prendiamo le distanze (di un metro, va bene?) da questo mostro informatico che si sta fagocitando del mondo umano della scuola e tiriamo un sospiro di sollievo.     
Sento alunni che continuamente mi chiedono come faranno a essere valutati, avverto la tensione dei genitori per come finirà questo anno scolastico (ce lo stiamo chiedendo tutti, a dire il vero), colleghi in ansia per i compiti da somministrare, per la mancata presenza degli studenti ai propri corsi (anche ai miei non si sono iscritti ancora tutti e forse nemmeno lo faranno), ansia per come gestire le interrogazioni online (si faranno suggerire, avranno il libro aperto davanti, si saranno preparati un foglio con la lezione scritta da recitare a memoria come una poesia, salvo cadere davanti alla prima domanda?) e i compiti scritti, le verifiche (quale attendibilità avranno?). Ci sarà Internet, ci saranno mamma e papà, fratelli e sorelle maggiori pronti a sostituirsi ai nostri alunni, a svolgere le verifiche al posto loro? Forse in alcuni casi sarà proprio così, ma in altri (mi auguro la maggioranza) no.      
E, allora, quello che dico in streaming ogni mattina ai miei ragazzi è che non devono pensare al voto in questo momento, non devono studiare per avere un buon punteggio: devono farlo per loro stessi, per conoscere, per crescere con le cose nuove che potranno imparare da questi incontri con i loro insegnanti, attraverso il monitor del pc, attraverso la nostra voce che esce dall'altoparlante e li raggiunge dentro alle loro case, nelle quali entriamo anche noi, ospiti spero desiderati, che li aiutano a mantenere un contatto con la realtà, con la vita che va avanti nonostante tutto, che diamo loro l'opportunità di crescere, di responsabilizzarsi, di dimostrarsi onesti prima di tutto con se stessi e dopo, solo dopo, con noi. Il voto? Non è ciò che conta nella vita, non lo è soprattutto in questo particolare momento. Quello che conta, e che la piattaforma ci consente di fare, è rimanere in contatto, continuare a stare insieme e costruire noi stessi, mattoncino dopo mattoncino un passo alla volta, un giorno alla volta.

La postazione a fine giornata


giovedì 12 marzo 2020

"OGGI HO TRASGREDITO AL DECRETO", Simone Innocenti



In questi giorni in cui nei social (e non solo) si scrive di tutto, questa è la cosa più bella che ho letto.   
L'ha scritta il mio amico Simone Innocenti. Lo ringrazio per avermi dato il permesso di ospitarla nel mio blog. Mi sembrava troppo bella, per lasciare che si perdesse nella miriade di messaggi che circolano e che poi finiscono nel dimenticatoio.       
Le sue sono parole cariche di Poesia e di Amore.


Simone Innocenti


Oggi ho trasgredito al decreto. E sono uscito di casa, non appena ho preso un paio di cose da mangiare. Ho preso la strada e mi sono messo a camminare, c'era silenzio: per un attimo, ma solo per un attimo, mi è sembrato di tornare nel paese nel quale ero cresciuto, e non in questo sobborgo senza identità che i politici del mio paese hanno trasformato negli ultimi trenta anni autorizzando a costruire ovunque.
Per un attimo, dicevo, mi è parso un paradiso. Poi ho pensato che la cosa che più mi manca, da un mese e mezzo a questa parte, è abbracciare mio babbo. Perché non lo abbraccio da un mese e mezzo, da prima cioè che buona parte del mondo si accorgesse che questo virus fosse un problema. E da prima che adesso questa mediocre classe politica se ne accorgesse. Perché bastava leggere i giornali - che ormai nessuno legge più - per rendersi conto che OMS aveva parlato di "emergenza globale". Ho pensato questo mentre camminavo, che non lo potevo abbracciare e che non lo stavo abbracciando da un mese e mezzo. E che da un mese e mezzo gli avevo imposto di non uscire più di casa. E che lui, in questo mese e mezzo, altro non ha fatto che andare al campo dove non c'è nessuno e tornare indietro. E altro non ha fatto che osservare - fino a quando hanno annullato tutto - le regole che gli avevo imposto quando si sentiva di uscire: almeno un metro di distanza da tutti quando era a fare le prove nel coro della parrocchia. 
Poi da dieci giorni buoni - se non di più - gli ho impedito di uscire. Con lui, invece, sto il meno possibile da un mese e mezzo perché la cronaca mi ha portato a girare ovunque: la lontananza fisica nei suoi confronti è una forma di tutela che tengo, ed è difficilissimo. Mangio dall'altro capo del tavolo, passo i piatti a distanza. Lui ha protestato una volta sola, all'inizio. Mi sono messo a urlare, lui c'è rimasto malissimo: mio babbo è un uomo dolcissimo. Mi sono sentito una merda, gli ho spiegato che era pericoloso, che chi dice che è un raffreddore non capisce un cazzo, è da Tso, malati mentali. Alla stessa stregua di chi va in giro a - e stava andando in giro - a fare aperitivi o a fare shooping oppure usciva fuori alla cazzo di cane, magari andando al mare. Stipati su un'auto per raggiungere la meta. Mi ha detto che esageravo, ho replicato che forse era così, ma non si poteva andare tanto per il sottile, io non volevo rischiare di perderlo. Anche al lavoro ho tenuto da un paio di mesi le persone a distanza, mi prendevano per pazzo. Anche fuori per strada ho fatto lo stesso.
A questo ho pensato mentre la strada saliva e stavo contravvenendo al decreto. E ho pensato che questo decreto non serve a nulla, non è efficace, è pensato male, non serve proprio: troppo tollerante con la stupidità umana. Ma indicativo di chi l'ha partorito. Va bene solo sulla carta, non nella realtà. Ho raccolto un fiore, era bello e giallo. Ho pensato che non so come si chiama, che nome ha, che anche in fatto di botanica sono ignorante, che sui libri che leggo gli scrittori sanno i nomi dei fiori, sapevano cosa fosse la natura, nominandola la apprezzavano. Ho raccolto altri fiori, alla fine erano un mazzetto, giallo d'ape.
Sotto i miei piedi la ghiaia ha fatto rumore. E ho pensato che adesso la cosa più difficile era di spiegare che avevo violato il decreto, che non l'avrebbe presa bene questa cosa, mi avrebbe rimproverato, bisogna essere uomini e non cretinetti a giro per il mondo che è già sovraffollato di cretinetti. Ho sistemato i fiori di campo accanto agli altri fiori, poi ho carezzato la tomba di mamma.
Le gambe non mi hanno retto, si sono afflosciate, sono finito con la schiena appoggiata alla colonna. E ho scoperto che babbo aveva contravvenuto al mio divieto, quello di uscire al massimo - in questi due mesi - solo per andare al campo. I fiori sulla tomba di mamma erano, in pratica, ancora vivi. E c'era la mimosa, lei che a quel fiore e a quella festa teneva tantissimo, lei che quel fiore lo metteva ovunque in casa quel giorno e vicino alla macchina da cucire, quando ancora cuciva. E sulla tavola, la sera dell'8 marzo, quando si cenava ancora tutti assieme. O trovavo la cena pronta tornando dal lavoro.
Poi, io e mamma, ci siamo messi a parlare. E ho pensato che la cosa che mi manca di più da un po' di tempo a questa parte è quella di abbracciare mio babbo.

Grazie, Simone


mercoledì 11 marzo 2020

SCUOLE: ANSIA DA PRESTAZIONE



Leggo l'articolo di Fabio Minazzi, "Scuole: ansia da prestazione".       
Lo leggo con interesse, perché mi riguarda in prima persona, in quanto insegnante, e, proprio come tale, la scuola riveste per me non solo il luogo di lavoro, ma il posto in cui ho vissuto e vivo la mia quotidianità da ormai innumerevoli anni.
Minazzi parla di un nuovo virus, secondo il quale i docenti userebbero la tecnologia per rimanere connessi con i propri studenti in un'aula virtuale, mentre le scuole restano chiuse a causa del corona virus. L'autore dell'articolo sostiene che in tal modo si configurerebbe una nuova scuola, in cui gli studenti seguirebbero le lezioni da casa "comodamente, in tutta tranquillità".       
E già qui mi pongo una prima domanda: che male c'è in questo?     
Minazzi ribadisce che lo studio comporta impegno e sforzo, quindi contesta la comodità determinata da questa nuova forma di insegnamento, ribadendo il concetto che la scuola non deve essere comoda e tranquilla.  
Mette quindi in dubbio che tutti possano disporre degli strumenti necessari allo svolgimento di questo tipo di didattica (non tutti gli studenti avrebbero il pc, non tutti l'accesso a Internet...).      
Passa quindi a contestare la lezione in streaming, in quanto priva del contatto emotivo docente-discente e sostiene che tutti vogliono essere connessi e interconnessi.  
Minazzi si pone una domanda, che ha il sapore di un auspicio: perché non approfittare della situazione storica attuale per disconnettersi?          
A suo dire, la chiusura delle scuole potrebbe essere un'occasione per tornare a studiare "veramente", per leggere un libro, per meditare in solitudine, per "riscoprire l'esistenza di un tempo tutto nostro in cui lo studio viene realizzato in prima persona".  
E qui mi pongo la seconda domanda: quanti lo farebbero veramente?      
Cita quindi gli anni '46 e '47 quando le scuole rimasero chiuse in inverno per circa tre mesi, a causa della mancanza di carbone per il riscaldamento; e gli anni Sessanta, quando scioperi duraturi portarono a un'altra chiusura prolungata. Si e ci domanda se quelle chiusure abbiano generato più ignoranti di quanti ne potrebbe generare quella attuale.       
Invita dunque a disconnettersi e a riscoprire la bellezza e la fatica dello studio individuale e personale. 
Riflessioni personali, indubbiamente dettate da pensieri positivi, ma, a parer mio, utopistici e non del tutto auspicabili.  
Mi spiego: se tutti gli alunni fossero studenti universitari, sicuramente disconnettersi farebbe bene e potrebbero immergersi nello "studio solitario e coscienzioso", ma:     
1) non tutti gli studenti sono universitari (i miei, per esempio, sono   preadolescenti), 
2) i ragazzi di oggi appartengono all'era tecnologica dell'informatica, del digitale, che non c'era ai tempi citati nell'articolo (anni '46 e '47 e Anni Sessanta). Ragion per cui ritengo il pensiero di Minazzi fuori dal tempo, meglio ancora dal nostro tempo, in una parola anacronistico.    
Personalmente, ritengo invece importante, oggi più che mai, mantenere un contatto educativo anche virtuale, che è pur sempre meglio di niente.  
Io sono del parere che lasciare i nostri studenti allo "sbando educativo didattico" oggi equivalga a perderli.  
Un tempo c'erano un maggior senso del dovere e una maggiore dedizione alla fatica dello studio, cose che oggigiorno si sono perse (non per tutti, naturalmente, ma per molti), si rispettavano di più le regole, si era più inclini al sacrificio e, soprattutto, non esistevano le distrazioni dei nostri giorni.
Se lasciassimo perdere il contatto con i nostri studenti (mi riferisco alle scuole secondarie, specialmente a quelle di primo grado, per non parlare delle primarie), i ragazzi si perderebbero nei social, nelle chat, nei videogiochi, si "drogherebbero" di serie televisive e di un'infinità di altre cose che a quei tempi (quelli citati sopra) non esistevano, tipo le sfide demenziali alle quali abbiamo assistito attraverso il web, sfide più o meno pericolose, ma comunque tutte assolutamente da evitare. Credo che sarebbero pochi quelli che avrebbero il buon senso di studiare da soli. La maggior parte degli studenti si trova in una fascia di età non ancora sufficientemente matura per autogestire lo studio e necessita di essere guidata.    
Capisco la difficoltà anche (per non dire soprattutto) da parte di noi docenti, specialmente quelli più "anziani", nella quale categoria rientro io stessa, ad accostarci a tecnologie alle quali non eravamo abituati (non siamo nativi digitali e le nuove generazioni "ci bagnano il naso", come si suol dire), ma reputo un nostro preciso dovere in quanto educatori, prima che dispensatori di conoscenze, prenderci cura dei nostri alunni, non abbandonarli, far sentire e vedere loro che ci siamo, che ci stiamo dando da fare per aiutarli, che non intendiamo lasciarli indietro. Così come reputo un nostro preciso dovere darci da fare per imparare le nuove tecnologie, per adeguarci al mondo che cambia in continuazione, perché è proprio dentro a questo mondo che gravitano i ragazzi che ci vengono affidati per la loro crescita. Se non siamo in grado di stare al passo, se non siamo inclini, disposti e disponibili a cambiare per capire il loro mondo, per andare incontro alle loro esigenze di studenti moderni inseriti all'interno di un universo tecnologico, allora non possiamo nemmeno definirci insegnanti tanto meno educatori.

L'articolo di Fabio Minazzi


martedì 10 marzo 2020

PASSEREMO ALLA STORIA



Passeremo alla storia. 
Tra qualche anno si leggerà nei libri di questo 2020, bisestile in tutti i sensi, secondo il detto "anno bisesto, anno funesto".
Il pensiero della guerra non mi ha mai sfiorata, nel senso che non ho mai creduto che mi sarei trovata a vivere all'interno di un conflitto, tantomeno uno di dimensioni mondiali. Le uniche guerre con cui ho avuto a che fare sono state quelle studiate nei libri di storia e poi spiegate ai miei alunni in tutti questi anni di insegnamento, guerre che hanno coinvolto popoli dell'antichità, dell'età di mezzo, il Medioevo, guerre dell'età moderna, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e conflitti contemporanei, quelli che ancora oggi si combattono localmente e di cui si parla nei servizi del tg. Ma sono state e sono tutte guerre "lontane" da me e dal mio mondo. Invece adesso ci troviamo tutti coinvolti in una nuova guerra che sta assumendo carattere mondiale: la guerra del virus COVID-19, più noto come corona virus. Esagero nel definirla una guerra? Forse. Ma forse no. Stiamo vivendo una situazione che mai e poi mai avremmo creduto di dover vivere e c'è chi combatte. I combattenti appartengono a tre categorie: i malati, specialmente quelli gravi che lottano per sopravvivere all'attacco di un virus aggressivissimo; le forze dell'ordine, che cercano di mettere in atto misure contenitive; ma soprattutto gli eroi di questa dura battaglia, i medici, gli infermieri e gli operatori socio sanitari ai quali dobbiamo tutta la nostra gratitudine.     
Non mi dilungherò a parlare del virus, in quanto da circa un mese non si parla d'altro in televisione, sui giornali, alla radio. Abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto in questo periodo.         
Sappiamo che si è sviluppato in Cina, mesi fa. I mezzi di informazione di massa ne parlavano come di qualcosa lontano da noi, troppo lontano per temere un eventuale contagio.    
Ho ancora presenti le parole di una mia alunna di prima media: <<Prof, io ho paura. Non arriverà mica qui?>>. Allo stesso modo, ho presente il mio sorriso rassicuratore e il tono materno con cui le ho risposto: <<Ma no, tranquilla, non c'è da avere nessuna paura. Siamo da tutt'altra parte del mondo>>.  
Ed eccoci qui, ostaggi del virus, e, tra gli Italiani, proprio noi lombardi siamo i più colpiti, tanto che da tre giorni la nostra regione è stata dichiarata zona rossa e sono state messe in atto misure restrittive che stanno condizionando, cambiando, costringendo, limitando, stravolgendo le nostre abitudini di vita. Dalla mezzanotte tra sabato  07 e domenica 08 marzo divieto di uscire dalla Lombardia, di spostarsi da una provincia all'altra senza giustificato motivo (e che sia un motivo valido e importante: lavoro, salute, prima necessità), controlli da parte delle forze dell'ordine, multe salate per chi trasgredisce. Scuole chiuse da circa tre settimane, università, biblioteche, centri di aggregazione culturale, cinema, teatri. Vietate le riunioni, gli assembramenti; chiusi gli impianti sportivi. E ora vietato anche uscire di casa. Persino il Presidente della Repubblica ha fatto il suo appello in televisione. Trasmissioni senza pubblico, cerimonie religiose sospese, chiese chiuse, sospesi i matrimoni e persino i funerali. Al supermercato si entra dieci alla volta, con la security che controlla la coda dei clienti all'esterno, suddividendo le file: fila di destra e fila di sinistra. Obbligo di non avvicinarsi, di mantenere le distanze (prima si diceva un metro, ora due), niente strette di mano, niente abbracci, niente baci. Nei social qualcuno scrive: appena tutto questo sarà finito, vorrò abbracciare tutti, persino i pali della luce. Crisi di affetti, distanza tra le persone, annullamento di ogni possibile contatto fisico. Gente che si incontra per strada, amici di vecchia data che bisogna tenere lontani e, allora, si fa anche finta di non vederli, perché fino al giorno prima erano baci e abbracci, quando li incrociavi, e ora non si può più.     
Il primo sgomento è stato vedere gli scaffali dei supermercati svuotati, come se fossimo di fronte a una carestia, come se si dovesse fare scorta di alimentari per paura di rimanere senza e morire di fame, una paura atavica. Dopo un'iniziale frenesia, alla terza settimana di questa emergenza, di questo stato di assedio, le emozioni sono molteplici: preoccupazione, ansia, paura, panico, depressione. Tutte negative. Qualcuno accusa i governanti di essere intervenuti tardi, di avere chiuso la stalla quando i buoi erano ormai scappati. Non è servito chiudere gli aeroporti italiani, quando i cinesi giungevano in altri Stati europei e poi raggiungevano il nostro paese in aereo, in autobus e in treno. Non è passato subito il messaggio della gravità del problema, da molti è stato preso sottogamba e lo è tutt'ora, tanto che la gente, fino all'altro giorno, andava al mare, si spostava da una regione all'altra, si ammassava fuori dai bar, dai pub, dalle gelaterie. Non è stato percepito da tutti il pericolo. E' di ieri sera la notizia che tutta l'Italia è dichiarata zona rossa.
Il virus si sta diffondendo a macchia d'olio in tutto il Mondo, sta contagiando persone in ogni stato europeo, ha raggiunto gli Usa, il Brasile e presto toccherà tutti gli Stati. Le Borse crollano, l'economia crolla. Gente che perde il lavoro, che viene messa a "riposo", costretta a prendere ferie o congedi, stipendi che non entrano più nelle famiglie dei lavoratori a partita IVA. Il Mondo è in ginocchio, sconfitto da una malattia che si è rivelata contagiosissima, pur essendo solo un'influenza, ma, a differenza delle altre, con un tasso di mortalità superiore alla media. Colpisce anziani e giovani indistintamente, ma è mortale più per le persone oltre una certa età e con patologie pregresse. Eppure... eppure le strutture ospedaliere sono al collasso, le sale di terapia intensiva e le sale di rianimazione sono colme, così come i reparti di infettivi. Non ci sono strumenti sufficienti per combattere questo virus, non esistono farmaci, non servono antibiotici. I pazienti più gravi vengono intubati, ma sono di questi giorni le notizie che non ci sono abbastanza macchine per intubare, quindi si predilige salvare i giovani piuttosto che le persone con oltre sessant'anni, poiché i primi hanno un'aspettativa di vita maggiore. Si fa appello al senso di responsabilità, ma molti sembrano non capire, continuano a sottovalutare, ci ridono sopra. Circolano vignette, video, battute. Un modo carnevalesco di sdrammatizzare, di esorcizzare la paura della morte che, non neghiamolo, sta sfiorando ognuno di noi. Chi non pensa "E se mi colpisce, se prende proprio me?".      
Come viviamo questo momento particolare della nostra epoca così super tecnologica e all'avanguardia? Siamo fiduciosi o ci addormentiamo con un pensiero inquietante? C'è chi non ci pensa? Sicuramente sì, qualcuno ci sarà, qualche fatalista che dirà "Tanto di qualcosa dobbiamo pur morire", ma credo che la maggior parte di noi abbia paura.
Passeremo alla storia, si conteranno i contagiati, i morti, i sopravvissuti. Il bilancio sarà senz'altro positivo, non così per i familiari di chi non ce l'avrà fatta. Ma nessuno di noi dimenticherà mai questo 2020. Di questo sono sicura.
La storia, lo sappiamo, è fatta di corsi e ricorsi, come diceva Vico: a un periodo di eccessivo benessere, che porta inevitabilmente alla perdita dei valori, a non riconoscere più le cose che veramente contano nella vita, tutti presi nel vortice della conquista di maggiori traguardi economico finanziari, segue sempre un periodo di distruzione, determinato ora da una guerra ora da una catastrofe. Epidemie, guerre, carestie hanno costellato la storia dell'umanità sin dai tempi antichi, ripercorrendo corsi ciclici. Oggi forse stiamo vivendo uno di quei momenti.
La globalizzazione, figlia della supremazia dei mercati occidentali a economia capitalistica sui mercati locali dei paesi più poveri, ha portato all'integrazione tra i popoli, nonché alla promiscuità, facilitando la diffusione del virus.              
E ora il nuovo flagello ci porta a guardarci dentro, a porre in primo piano le cose che contano davvero, perché la morte non guarda in faccia nessuno, falcia tutti nello stesso modo e ci rende tutti egualmente vulnerabili.   
Dopo la guerra, dopo la distruzione, si sa, lentamente si risorge, con nuove energie, nuova voglia di fare, una visione diversa, più fresca e genuina nei confronti del mondo e della vita stessa, pieni di ottimismo e di buoni sentimenti. E questo fa pensare che certe catastrofi siano qualcosa di "necessario", di insito nel meccanismo dell'universo per riequilibrare le sue parti. Ma la storia, proprio con i suoi corsi e ricorsi cui accennavo prima, ha dimostrato che l'uomo non impara, non ricorda, dimentica in fretta e ricade nei medesimi errori.         
La cosa che mi colpisce di più in tutta questa vicenda è la limitazione della libertà personale che ci troviamo a vivere per la prima volta nella nostra epoca.
IO STO A CASA è lo slogan di questi giorni. Le Istituzioni raccomandano di limitare le uscite allo stretto necessario, all'acquisto di beni di prima necessità (cibo, per dirla in parole semplici), visite mediche, lavoro. Le uscite devono essere giustificate, accompagnate da un modulo apposito, da esibire nel caso in cui si venga fermati dalla polizia. Se si trasgrediscono le disposizioni, scatta la denuncia, si rischia il carcere.


In vita mia non ho mai, e sottolineo mai, dovuto affrontare nulla di simile.  Ed è in momenti come questi che ci si rende conto di quanto importante sia la libertà. Vivere in zona rossa è un po' come essere agli arresti domiciliari. A tutti noi sarà capitato di trovarsi costretti in casa a causa di una malattia, ma non è la stessa cosa: sapere di NON POTERE USCIRE e di non potere fare un sacco di altre cose, perché ci viene imposto, è a dir poco destabilizzante.
E' la prima volta che noi della nostra generazione (e di quelle dopo la nostra), che non abbiamo vissuto la guerra, ci troviamo a dover fare qualcosa - mi verrebbe da dire - per il bene della patria. Ci viene chiesto un sacrificio comune, siamo chiamati a rispettare un dovere civico, al quale non siamo abituati (basti pensare ai comportamenti sconsiderati di molti, come ho accennato sopra, incuranti delle disposizioni ministeriali, all'insegna di un insano "Me ne frego", per dirla alla Achille Lauro). E' come se la popolazione fosse divisa a metà: i rispettosi, ligi alle regole, timorosi e seriamente convinti della gravità della situazione, e i disobbedienti che non vogliono adempiere al proprio dovere e che sottovalutano il pericolo al quale espongono se stessi e gli altri. Sembra non esserci la via di mezzo, quella del buon senso e della prudenza.  
E ora tutti in castigo!     
Chissà come torneremo a vivere, quando tutto questo sarà finito? Chissà se avremo un po' più di senso civico e di rispetto per le regole, se avremo imparato il vero significato dell'essere responsabili? E chissà se sapremo riconoscere le cose che contano davvero o continueremo a rincorrere le apparenze e a vivere la vita in superficie.


domenica 10 dicembre 2017

Verso l'autodistruzione



Stroncato da infarto in piazza Castello: attorno continuano le acrobazie in skate dei ragazzini.
E' il titolo di un articolo apparso sul quotidiano LA STAMPA di Torino.
Indignati per l'indifferenza dei ragazzini che continuano le loro acrobazie sugli skate. Questa la reazione dei lettori.      
Ho letto la notizia ieri in tarda mattinata sui social. Commento o non commento?, mi sono chiesta. Ho preferito lasciar cadere la cosa, per evitare di "scivolare" nel già detto, nel già ripetuto, nel "come sopra". Ma il pensiero è rimasto lì, finché ho deciso di dire anch'io la mia. Parto subito con l'affermare che sono rimasta anch'io scandalizzata dall'atteggiamento dei ragazzi, ma poi mi è venuto quasi da prendere le loro difese e sapete perché? Perché non è colpa loro, se sono rimasti indifferenti davanti a un uomo morto. E non è nemmeno colpa della società, questa entità così astratta sulla quale è facile riversare la responsabilità, giusto per lavarsene le mani: è colpa nostra. Ci siamo dentro tutti, chiamati a rispondere in prima persona di quello che sta succedendo in questo mondo che sta andando verso l'autodistruzione. Se non siamo noi adulti a educare i nostri figli a casa, in primo luogo, e a scuola in quanto nostri alunni, in seconda battuta, se non siamo NOI, che ci chiamiamo ADULTI,  e che di fatto lo siamo, a far capire il valore della vita a chi viene al mondo dopo di noi, come fanno i nuovi nati a comprendere, a provare empatia, a mettersi nei panni altrui, a soffrire insieme (leggi: provare compassione)? Io sono cresciuta con un padre e una madre che mi hanno trasmesso l'amore per il prossimo, il rispetto per la vita in ogni sua forma e gliene sono grata, perché oggi mi ritrovo a essere una donna adulta che ancora si commuove davanti a uno spettacolo della natura, davanti a un bimbo seduto nel carrello del supermercato mentre mangia un biscotto e lo guarda come se quello fosse il bene più prezioso che la vita gli abbia elargito; sono una donna che piange davanti a un'immagine trasmessa dal TG, perché soffre della violenza esercitata dagli uomini sui propri simili, una donna a cui viene da piangere leggendo in classe una poesia che emoziona. Il mio cuore pulsa insieme a quello del mondo e soffro per le sofferenze altrui, mi commuovo e provo empatia, entro nel sentire del prossimo, perché così mi è stato insegnato sin da bambina, perché ho avuto esempi positivi davanti, perché mia madre aiutava gli altri senza mai tirarsi indietro e pure mio padre. Ma i miei genitori avevano vissuto la guerra, anche se erano solo bambini, all'epoca del secondo conflitto mondiale. Un'infanzia violata la loro. Mia madre era rimasta orfana di padre, fucilato dai nemici, ed era cresciuta in orfanotrofio; mio padre aveva conosciuto la miseria e il dolore del suo tempo. E avevano imparato ad amare la vita, a rispettarla. Mi hanno cresciuta seminando questo amore con l'esempio, quello che molti adulti di oggi non sono più capaci di offrire.  
I genitori sono sempre più stressati, lavorano tutto il giorno e si vedono costretti a lasciare i figli con i nonni (e questa è una fortuna: benedetti siano i nonni!) o con la baby-sitter di turno. Ma ce ne sono molti che affidano i minori a se stessi (leggi: li lasciano soli). Come trascorrono il tempo questi "orfani" moderni? Davanti alla TV e, peggio ancora, in Internet, la baby-sitter per eccellenza del nostro tempo. Quale educazione potrà mai venire da uno schermo utilizzato senza filtri? Oggi tutto è alla portata di tutti. I nostri ragazzi navigano e scoprono il mondo. Ma quale mondo? Un mondo fatto di  brutture, di violenza, di odio e di squallore. In Internet circolano filmati orribili che andrebbero censurati non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti. Invece no, sono lì, a disposizione. Basta un clic del mouse.        
Ne parlavamo questa mattina il mio amico Franco e io. Mi raccontava di un video di fronte al quale è rimasto impietrito, senza nemmeno avere la forza di spegnere o di staccare gli occhi dallo schermo. Era un video in cui un uomo e una donna venivano aggrediti da un gruppo di ragazzi che li prendevano a calci, saltandogli sopra con i piedi, con una violenza inaudita, li massacravano di botte, poi li gettavano in una fossa e ancora giù botte e calci, al punto da renderli totalmente incapaci di reagire. Poi prendevano delle fascine e gli davano fuoco. E c'erano un pubblico attorno alla fossa, a guardare, a godersi lo spettacolo. I due poveracci (poveri Cristi, consentitemi l'espressione) prendevano fuoco senza riuscire nemmeno a muoversi. Questo racconto mi ha sconvolta. Ma come si può essere così IRRISPETTOSI verso la vita? Come??? Vorrei urlare tutta la rabbia che mi esplode dentro, di fronte a questa mostruosità che fa della violenza uno spettacolo. SPETTACOLO: è questa la parola chiave. Oggi il web ci ha reso tutti attori e al contempo spettatori. Si filmano gli stupri e si mettono subito in rete; si filma un pestaggio, un atto di bullismo e subito il video viene postato e diventa virale. Un uomo sta morendo: viene filmato e dato in pasto ai media. Ma dov'è finita la dignità dell'essere umano, dov'è finito il RISPETTO per la vita e la sua sacralità, dov'è finito il CUORE dell'uomo? E, mi domando, dove andremo a finire?  
I nostri figli, i nostri ragazzi, i nostri alunni stanno crescendo con questi esempi, senza che nessuno filtri i messaggi che il web propina, senza che nessuno spieghi loro che è male quanto vedono e che nemmeno dovrebbero vedere (la maggior parte delle volte, i genitori nemmeno sanno).      
E, allora, perché ci stupiamo se dei ragazzi continuano ad andare sullo skate davanti al corpo di un uomo morto? E' già tanto che non ci saltino sopra, usandolo come trampolino. Ma, davanti a tutto ciò, io mi chiedo che cosa si possa fare. E purtroppo non trovo una risposta.   
E rimpiango il tempo passato, quello in cui la vita era più semplice e genuina, in cui non c'erano tutte le comodità che ci sono oggi, in cui c'era il gusto dell'attesa, in cui si conosceva il significato della parola sacrificio, in cui si apprezzava anche la fatica per raggiungere il risultato, perché le cose te le dovevi guadagnare con il sudore e niente era dovuto, ma sai che soddisfazione dopo!        
Non invidio affatto le nuove generazioni che non hanno conosciuto nulla di tutto questo.       
Ma quando, mi chiedo, è cominciato il declino? Perché ciò che doveva esserci di aiuto (la tecnologia), servirci per migliorare, altro non ha fatto se non portare a un peggioramento? Dov'è quel progresso tanto sognato un tempo? Il mondo si è davvero evoluto?
La mia è stata una generazione cresciuta a pane e Nutella a merenda (una della poche cose buone che ci sono ancora oggi, alla faccia dell'olio di palma), i  bambini di ieri correvano nei prati, giocavano in cortile, facevano il bagno nelle acque limpide del lago di Varese, le domeniche d'estate. La gente era più serena, i problemi si risolvevano parlando, si comunicava davvero. Si diventava grandi cadendo e sbucciandosi le ginocchia, prendendo castighi e sgridate sia a casa che a scuola, si imparava ad affrontare le difficoltà, non evitandole o trovando qualcuno cui demandarne la soluzione.      
Era tutto così diverso... E sapevamo apprezzare la vita.


sabato 22 ottobre 2016

Quando una libreria chiude... Dedicato a Cristina, Luca e Luisa

La porta di ingresso era pesante. La scrittrice spinse con forza per poterla aprire. Un lieve dislivello del pavimento introduceva nel locale. La prima impressione che la donna ebbe entrando fu di calore, un calore generato non solo dal legno del parquet e degli scaffali. C'era qualcosa di più. Si sentì avvolgere da una piacevole sensazione di tepore, come se una coperta calda le fosse scivolata all'improvviso sulle spalle. Si guardò attorno. Non ci volle molto perché comprendesse che quel calore proveniva dal sorriso di tre persone. C'erano un uomo e due donne che si occupavano dei clienti presenti nel locale con un'attenzione e una cura che non poté definire diversamente se non amorevole. I tre riservavano a ognuno la stessa attenzione. Uno di loro era dietro il bancone della cassa e stava impacchettando un libro per una signora dall'aria distinta.  
La scrittrice annusò l'intenso profumo della carta che pervadeva l'ambiente.       
Luisa, una delle responsabili del negozio, non appena ebbe servito la cliente che le si era affidata per un consiglio sull'acquisto di un romanzo, le si fece incontro sfoderando il suo miglior sorriso.
<<Ma che piacere!>>, esclamò, baciandola sulla guancia. <<E' da un po' che non ci vediamo. Cosa ci fai da queste parti?>>.        
La scrittrice ricambiò il saluto con lo stesso entusiasmo. <<Volevo informarvi che sta per essere distribuito nelle librerie il noir che ho appena pubblicato con i Fratelli Frilli>>.         
<<Ma dai, non ci credo! Complimenti!>>. Il viso di Luisa si illuminò. <<Ragazza, hai fatto il colpaccio: Frilli. Non si scherza, eh? Chissà come sarai contenta? Pensa come sarebbe orgoglioso tuo padre!>>.       
La scrittrice abbassò gli occhi la frazione di un secondo, al pensiero che lui non fosse lì a condividere quella gioia con lei.           
<<Allora, quando arriverà?>>.         
<<Il mio editore ha detto che è questione di giorni. Intanto vi ho portato la locandina, se volete esporla>>.
Luisa srotolò il foglio e lo aprì in tutta la sua grandezza. Lesse ad alta voce: <<I delitti di Varese>>. Fece un'espressione compiaciuta. <Bella copertina!>>, esclamò osservando il campanile del Bernascone sullo sfondo. <<Sono proprio curiosa di leggerlo>>.         
Nel frattempo, anche gli altri due responsabili del negozio, Cristina e Luca, si erano liberati e si erano avvicinati alle due donne che conversavano piacevolmente, commentando la locandina.

Una settimana dopo...


La scrittrice si stava rilassando sul lettino sotto il caldo sole della Sardegna, quando il cellulare, riparato sotto l'asciugamano, prese a vibrare, avvisandola dell'arrivo di un whatsapp: era di suo figlio. Strano ricevere un suo messaggio a un'ora così insolita. Generalmente si sentivano verso sera. Chissà che cosa doveva comunicarle. Non c'era che da leggere per scoprirlo. Quello che comparve sotto i suoi occhi le fece esplodere il cuore dall'emozione.
"Mamma, sono in Corso Matteotti. C'è un poster gigante della copertina del tuo libro nella vetrina della Libreria del Corso e una pagina scritta a mano su un cartellone appoggiato sopra un tavolo. La vetrina è piena dei tuoi libri! Tutta la gente che ci passa davanti si ferma a leggere".
Si sentì travolgere da un'emozione incontenibile.    
Un istante dopo, allegate al messaggio, alcune foto.          
Non riusciva a crederci nemmeno lei. Il sogno di una vita si era avverato.      

la pagina trascritta a mano in vetrina
     
           
Grazie, Cristina, Luca e Luisa. Grazie per l'affetto, la cura e l'attenzione che mi avete prestato, grazie per avere creduto nel mio lavoro, grazie per le persone che siete.     
Mancherete non solo a me e a tutti gli scrittori di Varese ma a tutti i lettori e alla gente.   
"Ci vediamo davanti alla Libreria del Corso". Non lo sentiremo dire più.    
Un caloroso abbraccio. Buona fortuna, ragazzi!

il poster della copertina in vetrina


La vetrina della Libreria del Corso