sabato 23 agosto 2025

FAGOCITATI DAL VIRTUALE, RISCHIAMO DI PERDERE IL CONTATTO CON LA REALTA’?

 

Da tempo volevo scrivere il mio pensiero circa i social e il mondo virtuale dal quale siamo ormai completamente fagocitati tutti (o quasi), ma, ogni volta che mi accingevo a farlo, sorgeva in me la considerazione che l’argomento è stato ormai affrontato da più parti, che il fior fiore degli esperti di ogni tipo ha scritto in merito, steso articoli, trattati, volumi, per cui ritenevo che la mia fosse solo una voce in più, inutile, ripetitiva del già detto, già letto, già scritto, già sentito, e lasciavo perdere.            
Però continuavo ad avvertire l’urgenza di dire la mia, proprio perché non solo come persona nella vita di tutti i giorni, ma anche, e soprattutto (cosa che mi preme di più), come insegnante, e quindi educatrice, a scuola, mi scontro quotidianamente con una realtà che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti e mi domando cosa si possa fare per porre rimedio a questo stato di cose, prima che tutto precipiti.        
Che tutto precipiti, badate bene, perché ho la netta percezione che l’essere umano si stia disgregando, che stiamo andando alla deriva e stiamo annullando la nostra “umanità” (cervello, corpo e anima), assorbiti dal mondo virtuale.        
Stiamo perdendo i contorni del nostro ESSERE, stiamo perdendo la LIBERTA’, stiamo perdendo la capacità di RELAZIONARCI agli altri.         
Il fenomeno degli Hikikomori (l’isolamento sociale volontario emerso negli anni Novanta in Giappone, che ha provocato un incremento di ragazzi chiusi in casa in ritiro volontario, per il quale invito a leggere l’articolo QUIsta dilagando in maniera drammatica anche in Italia. A oggi si stimano 200.000 casi.        
La prima volta che ho incontrato questo termine è stato qualche anno fa su un’antologia. Stavamo svolgendo un’attività di gruppo in classe, nell’ambito di Educazione Civica, che comportava la realizzazione di un grafico inerente all’uso del cellulare da parte dei preadolescenti e ci siamo imbattuti in una lettura sugli hikikomori. Era una parola sconosciuta anche a me e ne ero rimasta parecchio incuriosita. Al termine della lettura, avevo deciso di approfondire l’argomento, assegnando ai ragazzi una ricerca da svolgere a casa, per poi discuterne insieme a scuola. Ricordo che ci era parso un mondo oserei dire da fantascienza e di aver pensato che un fenomeno del genere non avrebbe mai potuto coinvolgere i nostri ragazzi, ritenendolo frutto di una società e di uno stile di vita totalmente diverso da quello del mondo occidentale, troppo lontano. Invece…

Da docente che lavora nella scuola da oltre un trentennio, posso dire di avere assistito a un crollo della realtà dei nostri giovani, a un cambiamento piuttosto repentino nel volgere di pochi anni (forse gli ultimi dieci) del loro comportamento, nonché del modo di affrontare lo studio e le relazioni sia con i pari che con gli adulti.      

Sempre più ragazzi soffrono di quella che viene definita “ansia sociale”, un disturbo che rende difficili, se non addirittura impossibili, le relazioni, non riescono a entrare in classe, a volte nemmeno a varcare il cancello della scuola, sono colti da attacchi di panico e i genitori si vedono costretti a ricorrere a specialisti per affrontare quello che diventa un problema non più solo del singolo, bensì dell’intera famiglia. In questi casi (che, purtroppo, come ho già detto, sono in aumento) anche noi insegnanti veniamo coinvolti e ci troviamo ad affrontare colloqui periodici con psicologi e specialisti di riferimento, per cercare di capire come aiutare lo studente in questione. Tutti sappiamo che esiste l’obbligo di frequenza scolastica fino ai sedici anni, ma non tutti (specialmente chi non è del mestiere) sono a conoscenza di questo drammatico fenomeno, in cui alcuni ragazzi si ritrovano invischiati, caratterizzato da una sorta di “blocco” che impedisce loro di immergersi nella realtà concreta dell’ambiente scolastico.        
Se la scuola è un ambiente comunque protetto e comprensivo, che si prodiga per andare incontro a questo genere di problematiche degli studenti, il mondo fuori non lo è altrettanto. Superato il periodo della scuola attraverso modalità diverse dalla consuetudine consistenti in studio a casa, incontri online, sporadiche presenze al di fuori della classe, magari in laboratori all’interno dell’istituto, per la verifica delle conoscenze/abilità/competenze acquisite in ambiente domestico, cosa ne sarà di questi ragazzi? Come potranno affrontare la vita? Sicuramente attraverso un percorso lungo e spesso difficoltoso, nonché oneroso, che dovrà portare al superamento dell’ansia che ha costretto il ragazzo all’isolamento.       
C’è, però, da chiedersi come questi ragazzi trascorrano il tempo, rimanendo da soli a casa. Non certo a studiare h24. I genitori devono pur sempre lavorare, di conseguenza si ritrovano a passare molte ore da soli. Inevitabilmente, sono portati a cercare compagnia e fonti di distrazione nel mondo dei social e a vivere di rapporti sempre più virtuali e sempre meno reali. 
Fortunatamente, in questi casi, non siamo ancora nella sfera del fenomeno Hikikomori, ma è evidente che, se la situazione non viene adeguatamente e tempestivamente affrontata, il rischio che degeneri sussiste.     
Sempre più scuole attivano sportelli psicologici (e il numero di richieste è sorprendentemente in aumento), nonché progetti per formare gli studenti a un uso consapevole del web (cittadinanza digitale). Questo perché il disagio e l’ansia non sono limitati solo a casi isolati, ma sono estesi a tutta la popolazione giovanile e, vorrei aggiungere, non solo a quella. Non starò qui a elencare tutte le casistiche di questo fenomeno che ci coinvolge tutti e che, come ho già detto, sono state affrontate da altri. Invito, però, i genitori e gli insegnanti che ancora non lo avessero fatto alla lettura di un libro che reputo fondamentale per riuscire a comprendere i nostri giovani e i loro disagi: “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt.          
Vorrei concludere questa mia riflessione, facendo un riferimento anche al mondo adulto, anch’esso sempre più assorbito dai social e dal web. È deprimente osservare e constatare come siamo cambiati nell’ultimo decennio, come ci siamo lasciati travolgere e condizionare dal cellulare. Il cellulare, nato come strumento di COMUNICAZIONE mobile, come oggetto per aumentare la nostra sicurezza (sono fuori casa e ho un problema, devo comunicare un ritardo, ho perso il treno, ho avuto un incidente…) si è trasformato in un’arma LETALE per la nostra salute fisica, ma soprattutto psichica. Ci ha trasformati, ha modificato il nostro comportamento, il nostro modo di vedere, ci ha resi SCHIAVI.     
Se col tempo modificherà in modo evidente la nostra postura (si ipotizza un futuro di esseri umani con la gobba a livello delle vertebre cervicali, tutti sempre con la testa rivolta verso il basso, per leggere messaggi, osservare video e via dicendo… Non vi ricorda l’evoluzione della specie di Darwin?), non ci rendiamo conto che ha invece già modificato il nostro cervello e condizionato le nostre esistenze, nessuno escluso.     
Osservo. Osservo le persone. Lo faccio quando sono in treno, lo faccio al ristorante, lo faccio nelle sale d’attesa, lo faccio per strada, ovunque. Sono sempre stata una persona portata a osservare. E noto. Noto che la gente non è più capace di gestire “i tempi morti”, le attese, perché l’attesa, che una volta generava un’ansia positiva, oggi genera l’ansia negativa, quella disturbante, per cui siamo portati a evadere, a cercare di riempire il vuoto con qualcosa che distragga il nostro cervello dalla riflessione, da qualsiasi tipo di riflessione. La gente è distratta dal mondo reale, immersa in quello virtuali, assorbita, fagocitata. Ovunque vedo persone con il cellulare in mano. Vedo mamme che camminano per strada spingendo il passeggino con dentro bambini ignorati, poiché intente a messaggiare o a fare altro con il telefonino. Vedo coppie al ristorante che non si parlano, non si guardano negli occhi, ma sono concentrate sul proprio schermo; vedo padri con i figli con i quali magari vorrebbero parlare e i figli li ignorano, perché preferiscono chattare con gli amici o viceversa (ho visto anche quello), ma più spesso sono entrambi intenti a fare altro, ognuno con il proprio cellulare. Vedo persone riempire il tempo nelle sale d’attesa, con la testa china sul telefono. Sono sempre più rare le persone che hanno in mano un libro e ancor più rare quelle che nel silenzio aspettano senza fare nulla.
Osservo e mi domando: se siamo noi adulti i primi a lasciarci travolgere da questo malefico strumento, se diamo più importanza ai rapporti virtuali, ignorando chi ci è fisicamente vicino, se diamo per scontate le persone reali e le releghiamo in un angolo, senza degnarle di attenzione, senza sforzarci di ascoltare i loro bisogni, facendole sentire poco importanti per noi, se per far stare tranquilli i nostri figli li piazziamo davanti allo schermo già da piccoli, come possiamo sperare che il mondo guarisca?   
Tocca a noi “grandi” essere di esempio ai piccoli, se vogliamo salvarli. Forse siamo ancora in tempo per farlo e per salvare anche noi stessi. Basta cominciare, disintossicandoci come si farebbe con un farmaco che ci ha creato dipendenza, scalandolo poco alla volta. Cominciamo impegnandoci a trascorrere meno tempo sui social, sforzandoci di dedicare invece più momenti a chi ci è vicino, e smettiamo di farci rubare la vita.