sabato 23 agosto 2025

FAGOCITATI DAL VIRTUALE, RISCHIAMO DI PERDERE IL CONTATTO CON LA REALTA’?

 

Da tempo volevo scrivere il mio pensiero circa i social e il mondo virtuale dal quale siamo ormai completamente fagocitati tutti (o quasi), ma, ogni volta che mi accingevo a farlo, sorgeva in me la considerazione che l’argomento è stato ormai affrontato da più parti, che il fior fiore degli esperti di ogni tipo ha scritto in merito, steso articoli, trattati, volumi, per cui ritenevo che la mia fosse solo una voce in più, inutile, ripetitiva del già detto, già letto, già scritto, già sentito, e lasciavo perdere.            
Però continuavo ad avvertire l’urgenza di dire la mia, proprio perché non solo come persona nella vita di tutti i giorni, ma anche, e soprattutto (cosa che mi preme di più), come insegnante, e quindi educatrice, a scuola, mi scontro quotidianamente con una realtà che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti e mi domando cosa si possa fare per porre rimedio a questo stato di cose, prima che tutto precipiti.        
Che tutto precipiti, badate bene, perché ho la netta percezione che l’essere umano si stia disgregando, che stiamo andando alla deriva e stiamo annullando la nostra “umanità” (cervello, corpo e anima), assorbiti dal mondo virtuale.        
Stiamo perdendo i contorni del nostro ESSERE, stiamo perdendo la LIBERTA’, stiamo perdendo la capacità di RELAZIONARCI agli altri.         
Il fenomeno degli Hikikomori (l’isolamento sociale volontario emerso negli anni Novanta in Giappone, che ha provocato un incremento di ragazzi chiusi in casa in ritiro volontario, per il quale invito a leggere l’articolo QUIsta dilagando in maniera drammatica anche in Italia. A oggi si stimano 200.000 casi.        
La prima volta che ho incontrato questo termine è stato qualche anno fa su un’antologia. Stavamo svolgendo un’attività di gruppo in classe, nell’ambito di Educazione Civica, che comportava la realizzazione di un grafico inerente all’uso del cellulare da parte dei preadolescenti e ci siamo imbattuti in una lettura sugli hikikomori. Era una parola sconosciuta anche a me e ne ero rimasta parecchio incuriosita. Al termine della lettura, avevo deciso di approfondire l’argomento, assegnando ai ragazzi una ricerca da svolgere a casa, per poi discuterne insieme a scuola. Ricordo che ci era parso un mondo oserei dire da fantascienza e di aver pensato che un fenomeno del genere non avrebbe mai potuto coinvolgere i nostri ragazzi, ritenendolo frutto di una società e di uno stile di vita totalmente diverso da quello del mondo occidentale, troppo lontano. Invece…

Da docente che lavora nella scuola da oltre un trentennio, posso dire di avere assistito a un crollo della realtà dei nostri giovani, a un cambiamento piuttosto repentino nel volgere di pochi anni (forse gli ultimi dieci) del loro comportamento, nonché del modo di affrontare lo studio e le relazioni sia con i pari che con gli adulti.      

Sempre più ragazzi soffrono di quella che viene definita “ansia sociale”, un disturbo che rende difficili, se non addirittura impossibili, le relazioni, non riescono a entrare in classe, a volte nemmeno a varcare il cancello della scuola, sono colti da attacchi di panico e i genitori si vedono costretti a ricorrere a specialisti per affrontare quello che diventa un problema non più solo del singolo, bensì dell’intera famiglia. In questi casi (che, purtroppo, come ho già detto, sono in aumento) anche noi insegnanti veniamo coinvolti e ci troviamo ad affrontare colloqui periodici con psicologi e specialisti di riferimento, per cercare di capire come aiutare lo studente in questione. Tutti sappiamo che esiste l’obbligo di frequenza scolastica fino ai sedici anni, ma non tutti (specialmente chi non è del mestiere) sono a conoscenza di questo drammatico fenomeno, in cui alcuni ragazzi si ritrovano invischiati, caratterizzato da una sorta di “blocco” che impedisce loro di immergersi nella realtà concreta dell’ambiente scolastico.        
Se la scuola è un ambiente comunque protetto e comprensivo, che si prodiga per andare incontro a questo genere di problematiche degli studenti, il mondo fuori non lo è altrettanto. Superato il periodo della scuola attraverso modalità diverse dalla consuetudine consistenti in studio a casa, incontri online, sporadiche presenze al di fuori della classe, magari in laboratori all’interno dell’istituto, per la verifica delle conoscenze/abilità/competenze acquisite in ambiente domestico, cosa ne sarà di questi ragazzi? Come potranno affrontare la vita? Sicuramente attraverso un percorso lungo e spesso difficoltoso, nonché oneroso, che dovrà portare al superamento dell’ansia che ha costretto il ragazzo all’isolamento.       
C’è, però, da chiedersi come questi ragazzi trascorrano il tempo, rimanendo da soli a casa. Non certo a studiare h24. I genitori devono pur sempre lavorare, di conseguenza si ritrovano a passare molte ore da soli. Inevitabilmente, sono portati a cercare compagnia e fonti di distrazione nel mondo dei social e a vivere di rapporti sempre più virtuali e sempre meno reali. 
Fortunatamente, in questi casi, non siamo ancora nella sfera del fenomeno Hikikomori, ma è evidente che, se la situazione non viene adeguatamente e tempestivamente affrontata, il rischio che degeneri sussiste.     
Sempre più scuole attivano sportelli psicologici (e il numero di richieste è sorprendentemente in aumento), nonché progetti per formare gli studenti a un uso consapevole del web (cittadinanza digitale). Questo perché il disagio e l’ansia non sono limitati solo a casi isolati, ma sono estesi a tutta la popolazione giovanile e, vorrei aggiungere, non solo a quella. Non starò qui a elencare tutte le casistiche di questo fenomeno che ci coinvolge tutti e che, come ho già detto, sono state affrontate da altri. Invito, però, i genitori e gli insegnanti che ancora non lo avessero fatto alla lettura di un libro che reputo fondamentale per riuscire a comprendere i nostri giovani e i loro disagi: “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt.          
Vorrei concludere questa mia riflessione, facendo un riferimento anche al mondo adulto, anch’esso sempre più assorbito dai social e dal web. È deprimente osservare e constatare come siamo cambiati nell’ultimo decennio, come ci siamo lasciati travolgere e condizionare dal cellulare. Il cellulare, nato come strumento di COMUNICAZIONE mobile, come oggetto per aumentare la nostra sicurezza (sono fuori casa e ho un problema, devo comunicare un ritardo, ho perso il treno, ho avuto un incidente…) si è trasformato in un’arma LETALE per la nostra salute fisica, ma soprattutto psichica. Ci ha trasformati, ha modificato il nostro comportamento, il nostro modo di vedere, ci ha resi SCHIAVI.     
Se col tempo modificherà in modo evidente la nostra postura (si ipotizza un futuro di esseri umani con la gobba a livello delle vertebre cervicali, tutti sempre con la testa rivolta verso il basso, per leggere messaggi, osservare video e via dicendo… Non vi ricorda l’evoluzione della specie di Darwin?), non ci rendiamo conto che ha invece già modificato il nostro cervello e condizionato le nostre esistenze, nessuno escluso.     
Osservo. Osservo le persone. Lo faccio quando sono in treno, lo faccio al ristorante, lo faccio nelle sale d’attesa, lo faccio per strada, ovunque. Sono sempre stata una persona portata a osservare. E noto. Noto che la gente non è più capace di gestire “i tempi morti”, le attese, perché l’attesa, che una volta generava un’ansia positiva, oggi genera l’ansia negativa, quella disturbante, per cui siamo portati a evadere, a cercare di riempire il vuoto con qualcosa che distragga il nostro cervello dalla riflessione, da qualsiasi tipo di riflessione. La gente è distratta dal mondo reale, immersa in quello virtuali, assorbita, fagocitata. Ovunque vedo persone con il cellulare in mano. Vedo mamme che camminano per strada spingendo il passeggino con dentro bambini ignorati, poiché intente a messaggiare o a fare altro con il telefonino. Vedo coppie al ristorante che non si parlano, non si guardano negli occhi, ma sono concentrate sul proprio schermo; vedo padri con i figli con i quali magari vorrebbero parlare e i figli li ignorano, perché preferiscono chattare con gli amici o viceversa (ho visto anche quello), ma più spesso sono entrambi intenti a fare altro, ognuno con il proprio cellulare. Vedo persone riempire il tempo nelle sale d’attesa, con la testa china sul telefono. Sono sempre più rare le persone che hanno in mano un libro e ancor più rare quelle che nel silenzio aspettano senza fare nulla.
Osservo e mi domando: se siamo noi adulti i primi a lasciarci travolgere da questo malefico strumento, se diamo più importanza ai rapporti virtuali, ignorando chi ci è fisicamente vicino, se diamo per scontate le persone reali e le releghiamo in un angolo, senza degnarle di attenzione, senza sforzarci di ascoltare i loro bisogni, facendole sentire poco importanti per noi, se per far stare tranquilli i nostri figli li piazziamo davanti allo schermo già da piccoli, come possiamo sperare che il mondo guarisca?   
Tocca a noi “grandi” essere di esempio ai piccoli, se vogliamo salvarli. Forse siamo ancora in tempo per farlo e per salvare anche noi stessi. Basta cominciare, disintossicandoci come si farebbe con un farmaco che ci ha creato dipendenza, scalandolo poco alla volta. Cominciamo impegnandoci a trascorrere meno tempo sui social, sforzandoci di dedicare invece più momenti a chi ci è vicino, e smettiamo di farci rubare la vita.  



mercoledì 16 aprile 2025

25 APRILE, FESTA DELLA LIBERAZIONE

 

RIFLESSIONE SUL 25 APRILE


immagine da interno.gov.it

C

 


ari ragazzi,

avete mai pensato davvero che cosa rappresenti il 25 Aprile? Che significato ha per voi generazioni Zeta e Alpha questa data?   
Forse per alcuni è soltanto un giorno di vacanza, uno in cui non c’è scuola e si può poltrire a letto, fare colazione tardi e non pensare a compiti e interrogazioni.      
Per altri magari rappresenta un’occasione per recarsi in località di vacanza, al mare o in montagna oppure in città d’arte o ancora per andare a trovare parenti che vivono lontano. Qualcuno invece resterà a casa e vivrà questa giornata come una festa qualunque. Ma non è così. Il 25 Aprile non è una semplice festa: è molto di più.
A questo giorno dobbiamo la nostra LIBERTA’.              
I vostri insegnanti vi avranno sicuramente parlato di quella che è stata la liberazione dal nazifascismo. Ne avrete sentito parlare in televisione, chissà quante volte anche negli anni passati, ma, forse, la notizia vi è scivolata addosso senza lasciare traccia.      
Non deve essere facile alla vostra età cogliere il significato profondo della LIBERTA’. E sapete perché? Perché voi siete nati liberi.          
Il fascismo, la dittatura che ha governato il nostro Paese per un ventennio, è un evento che non vi ha coinvolti, come ha invece coinvolto le generazioni degli anni successivi alla Grande Guerra a partire dal 1922.   
Si può capire fino in fondo il valore di una cosa (la libertà), senza avere mai vissuto la sua privazione? Non sempre è facile apprezzare ciò che si ha, ma provate a pensare che cosa significhi vivere nell’assenza di libertà. Immaginate di vivere “costretti”. Costretti? Vi domanderete che cosa significhi questo termine.         
Ecco che cosa dice il dizionario:

VOCE DEL VERBO COSTRINGERE

1.    Obbligare qualcuno, con la forza o la suggestione, ad andare contro la sua volontà.

2.    Obbligare a stare in un luogo, immobilizzare.

Ma ci sono anche altre definizioni simili.    
Ecco, immaginate, allora, di vivere così. Le persone che hanno vissuto in quegli anni non erano libere di esprimersi come volevano, di muoversi come volevano, di fare quello che volevano, persino di “pensare” come volevano (c’erano molti condizionamenti), pena l’incarcerazione o la morte. Il fascismo, come tutti i totalitarismi, controllava la vita pubblica e privata dei cittadini.       
Che grande fortuna, invece, avete voi che potete vivere liberi! 
Ed è proprio per cogliere a fondo il significato della LIBERTA’ che la nostra Dirigente Scolastica ha proposto, in occasione dell’80esimo della festa della Liberazione, di far realizzare a ogni classe un’attività da condividere con le altre: scrivere le vostre riflessioni e incollarle su cartoncini verdi, bianchi e rossi da applicare sulla grande bandiera tricolore posizionata nell’atrio della nostra scuola.        
Sarà un momento di “comunione” (nel senso di metter in comune), che vi vedrà protagonisti, non più solo spettatori, di un giorno che tanto ha significato, e che sempre ne avrà, nella storia del nostro Paese e di ognuno di noi.

Buona LIBERTA’ a tutti! 

Prof Veroni 
         

 

giovedì 20 marzo 2025

PRESENTAZIONE LANCIO: "DELITTO IN CASA EDITRICE"

Di seguito alcuni momenti della presentazione del giallo 

"Delitto in casa editrice", Fratelli Frilli Editori


da sinistra: Laura Veroni, Manuela Lozza






L'articolo su LA PREALPINA


Per seguire l'intervista condotta da Matteo Inzaghi, direttore di Rete55, clicca QUI










martedì 25 febbraio 2025

DELITTO IN CASA EDITRICE, LAURA VERONI, FRATELLI FRILLI EDITORI


Il corpo senza vita di Luca Orrigoni, proprietario dell’omonima casa editrice, sita in via Robbioni in pieno centro a Varese, viene ritrovato nel suo ufficio dalla segretaria Marina Pillon la mattina seguente all’omicidio. L’uomo ha il volto deturpato da un colpo di proiettile sparato a bruciapelo. La segretaria, sconvolta, chiama la polizia. Il commissario Auteri e il magistrato Elena Macchi giungono sul posto. La Pillon riferisce che il suo capo si era attardato al lavoro, la sera precedente, rimanendo da solo nei locali della casa editrice.     
Nessuna effrazione. Se ne deduce che l’editore abbia aperto al proprio assassino. Lo conosceva? Aveva un appuntamento con lui? E, in quel caso, perché la Pillon ne era all’oscuro?    
Viene data la notizia alla moglie Bianca, la quale aveva trascorso la serata con un’amica e non si era accorta del mancato rientro a casa del marito. 
Dalla donna addetta alle pulizie si viene a sapere della relazione clandestina tra l’editore e una certa Lucrezia Sacchi, aspirante autrice, ma di scarso talento, la quale avrebbe avuto una tresca anche con l’editor della Orrigoni s.r.l., tale Giacomo Del Gaudio. È proprio da questi due personaggi, sui quali ricadono i primi sospetti, che prendono avvio le indagini.     
Come sempre, la Macchi viene supportata dal vice commissario, Antonio Pozzi, che in questo settimo episodio della serie ha un rapporto molto più che professionale con il magistrato.    
Le immagini scaricate da una telecamera posta di fronte alla casa editrice rivelano la presenza di una figura non identificabile entrare nell’edificio intorno all’ora del delitto, secondo quanto stabilito dal medico legale, dottor Gianciotto, e uscirne poco dopo. L’individuo indossa un piumino con cappuccio calato sulla testa e risulta impossibile metterne a fuoco il volto. Un particolare dell’abbigliamento, però, colpisce il P.M.: uno stemma catarifrangente piuttosto singolare. E sarà proprio il piumino a costituire l’elemento decisivo per la soluzione del caso.          

 

mercoledì 19 febbraio 2025

MAFIA E MUSICA TRAP (LA MAFIA TEME LA SCUOLA PIU' DELLA GIUSTIZIA)

 

LA MAFIA E LA MUSICA TRAP

 

Nell’ambito del terzo incontro dal titolo LA MAFIA TEME LA SCUOLA PIU’ DELLA GIUSTIZIA, si è affrontato il rapporto tra la mafia e la musica trap. 

Edoardo Mangini, videomaker, ha mostrato ai docenti presenti il video da lui realizzato con le interviste ad alcuni studenti delle scuole superiori.  
A loro sono state rivolte alcune domande:      
1) Credi che la musica trap abbia un influsso negativo sui giovani?       
Ecco alcune risposte:  
dipende da come l'ascolti,    
dipende da quale lato l'ascolti,      
per i piccoli è pericolosa ma anche per alcuni adolescenti facilmente influenzabili,
dipende dal cantante. 

2) Sei favorevole alla censura dei testi musicali?      
Risposte:   
no, perché alcuni cantano di quello che hanno fatto per vivere, 
per alcune canzoni sì, per altre no. 

3) I trapper scrivono quello che pensano o scrivono per fare audience?  
Risposte:   
alcuni scrivono quello che realmente pensano,
dipende,   
la maggior parte lo fa per attirare visualizzazioni. 

4) I genitori sono d'accordo con la musica trap quando tu l'ascolti?       
Risposte unanimi:       
no. 

5) Quali sono gli aspetti più rilevanti nelle canzoni trap, il testo o la musicalità?
Risposte:  
la musicalità,      
all'inizio ci si focalizza sulla musicalità poi sul testo. 

6) Trovi che il trap rappresenti il mondo adulto di oggi, quando parla di fare soldi e carriera?
Risposte:   
forse è più adatto ai ragazzi di oggi in relazione al loro futuro,   
per i giovani, i trapper sono un modello per arricchirsi. 

7) La criminalità organizzata sfrutta il trap per far passare le proprie idee? Risposte:   
no, perché i trapper sono dei ribelli e non stanno alle regole. 

8) Ci sono simboli nei videoclip delle canzoni trap che evocano la cultura mafiosa? 

Risposte:   
no, si tratta di un gioco di immagini. 

9) I social media sono un'opportunità o uno strumento che fa passare i messaggi mafiosi?     
Risposte:   
sono entrambe le cose. 

10) I trapper influenzano i giovani?        
Risposte:   
la musica trap descrive la vita dei ghetti, quindi no, 
dipende dall'influenzabilità di chi ascolta. 

I ragazzi intervistati hanno saputo fare un distinguo, dimostrando che ascoltano i testi trap in modo critico. 

Il trap è un genere ascoltatissimo dai giovani a partire già dalla terza media, in alcuni casi anche dalla quinta elementare. La musica trap contiene frasi violente nei confronti delle donne e frasi che incitano al consumo di droga. Bisognerebbe quindi parlarne ai ragazzi per far capire loro l’erroneità dei messaggi che vengono trasmessi da questi cantanti, ma occorre trovare la maniera giusta per farlo. Se noi adulti non diamo loro un indirizzo educativo, un modo adeguato per accostarsi a questo tipo di musica, lo faranno comunque da soli, col rischio di “assorbire” i messaggi negativi che emergono da quelle canzoni.    
Una delle questioni più interessanti da affrontare è quella relativa al lusso e ai soldi che vengono trattati nelle canzoni dei trap. Questo è un argomento che bisognerebbe sviscerare con i ragazzi che oggi più che mai inseguono il mito dei soldi facili. C’è da chiedersi perché soldi e successo siano così importanti per i nostri ragazzi. 

La seconda parte dell’incontro viene condotta dal professor Augusto Gentili, musicologo e docente universitario e non solo.     
Il professore domanda alla platea che cosa sia la musica trap.   
Solo tre persone hanno saputo rispondere. 

Il professore precisa subito che il trap non è un genere musicale

Per genere musicale, l'antropologia musicale intende ciò che un gruppo sociale riconosce come musica.    
Esistono un punto di vista esterno e un punto di vista interno da cui considerare il genere musicale. Esiste anche un trap di alta qualità, per esempio in Francia nelle banlieue e in America ma non in Italia.        
In Italia i discografici scelgono una bella ragazza o un ragazzo tipo, pieno di tatuaggi e di piercing, che possano colpire lo spettatore giovane e per loro sono semplicemente macchine da soldi senza talento. 

Un tempo, prima di fare musica si doveva studiare e studiare molto.        
Possiamo definire il trap un genere “poetico triviale” che ha grande influenza sui ragazzini che emulano gli atteggiamenti dei cantanti trapper. E quali sono questi atteggiamenti? Quello del bullo, da parte dei maschi, e quello della ragazza oggetto che si sente tale da parte delle femmine.   
Il trap esercita una fascinazione sui ragazzini per come viene presentato, pur essendo un prodotto di scarsa qualità.     
Nel trap italiano la musica non è significativa. Molti trapper sono finiti in galera. Il professor Gentili ci mostra su YouTube un video di Childish Gambino “This is America”.  
Successivamente alla visione ci fa riflettere sul fatto di quanto il testo sia ripetitivo e ossessivo e di come le immagini siano inneggianti alla violenza gratuita e soprattutto all'indifferenza nei confronti della violenza stessa (nelle immagini ci sono anche uso della droga e prostituzione).
Il messaggio che passa è YOU ARE BARCODE ossia tu fai, consumi, spendi e finisci come un codice a barre.
I trapper italiani non sanno usare la voce, usano sempre l'auto-tune.       
Il docente ci spiega che produrre un brano trap è molto semplice.        
Come fanno i ragazzi di oggi a venire a conoscenza della musica trap? Semplice: attraverso il cellulare, con il quale accedono anche a canali pornografici. Purtroppo oggi non ci sono più paletti, non ci sono più livelli di valori, non ci sono più differenziazioni. Tutto allora è lecito e si può svolgere ovunque e questo è terreno fertile per la malavita.        
Il professore sostiene che in prima media gli studenti siano troppo piccoli per farli riflettere sui messaggi della musica trap, mentre in seconda e terza si può già cominciare a parlare loro di certi argomenti.        
Con le tv commerciali emerge la figura del mediocre. I trapper italiani suscitano questo pensiero nei ragazzi: ce l'ha fatta lui, che è mediocre, posso farcela anch'io.   
I trapper sono dei prodotti non degli artisti. I discografici studiano il target e oggi il target sono i ragazzini dai 10 ai 14 anni.   
Gli effetti del trap sono o nulli o nefasti, non c’è una via di mezzo.        
La musica è nutrimento e, se negativa, in quanto tale può indurre anche a comportamenti violenti.   
Sono stati fatti degli esperimenti sui giovani che ascoltavano musica trap a ripetizione. Successivamente gli stessi mettevano il tabasco nella tisana del compagno che prendeva parte all’esperimento di ascolto dopo di loro anche se non lo conoscevano. Questo deve metterci in guardia sull’effetto che la musica esercita sul cervello di chi la ascolta, inducendo comportamenti conseguenti.
Tra l’altro, oggi si stanno diffondendo sempre di più tra i giovanissimi gli sport costituiti da arti marziali miste, inneggianti alla violenza fine a se stessa.        
Prestiamo dunque molta attenzione.

 

venerdì 11 ottobre 2024

INCONTRO CON LA DOTTORESSA ALESSANDRA CERRETI, PROCURATORE ANTIMAFIA DI MILANO

 

“Bisogna acquisire la forza della ragione e non la ragione della forza”.    
È con questa frase che esordisce la dottoressa Alessandra Cerreti, Procuratore Antimafia di Milano, rivolgendosi ai docenti delle scuole secondarie di Varese, nell’ambito dell’incontro dal titolo OGGI LE MAFIE SONO PIÙ FORTI DI PRIMA. ANCHE QUI.           
Si presenta, raccontandoci di aver lavorato in Calabria con le prime donne pentite della ‘ndrangheta e nell’inchiesta sul sistema mafioso lombardo. Ci parla di casi giudiziari ormai conclusi, dei metodi investigativi usati per intercettare i mafiosi, fa sempre riferimento a situazioni concrete, perché il Procuratore è una donna concreta e invita noi docenti a esserlo con i ragazzi, a scuola, quando parliamo loro di legalità.
È molto importante parlare di persone, di azioni, di reati, di leggi, di ciò che è bene e ciò che non lo è, calandosi nelle situazioni reali, anche ricordando episodi del passato, perché è solo attraverso la realtà (e non attraverso i concetti astratti) che possiamo far comprendere le cose ai nostri alunni.     
Noi insegnanti abbiamo una grande responsabilità, che è quella di formare i giovani che ci vengono affidati dalle famiglie, e dobbiamo farlo al meglio, perché questi ragazzi saranno la società del futuro.

Alessandra Cerreti dice che l'Italia ha ottime leggi e che molte istituzioni straniere hanno preso esempio da noi. Le leggi però vanno aggiornate, perché oggi non si capisce più bene cosa sia la Mafia e cosa non lo sia. La Mafia, infatti, si estende su più fronti, tende a mescolarsi con altre realtà criminali. Ma una cosa è certa: la Mafia teme più la scuola che gli arresti. Come diceva Borsellino, ci vorrebbe un esercito di insegnanti più che un esercito di carabinieri. La Mafia, infatti, è un'organizzazione criminale segreta che teme la cultura, perché la criminalità si nutre di consenso sociale e il consenso sociale si radica più facilmente laddove c’è ignoranza.

Il Procuratore ci esorta a non commettere l'errore di assimilare le Mafie italiane a quelle straniere. La nostra Mafia, infatti, è tra le più pericolose al mondo per la realtà ontologica e storica che ne garantisce la sopravvivenza, proprio in quanto si nutre di consenso sociale, come detto poc’anzi. I mafiosi vogliono che la gente chieda loro favori e che li tema.      
La Cerreti mette a confronto Mafia, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita, Camorra. Ci parla di quando ha lavorato in Sicilia e poi in Calabria, rivela che ci sono pochi sostenitori della procura a Reggio Calabria, mentre ce ne sono di più in Sicilia.    
Durante le numerose intercettazioni telefoniche, nell’ambito di inchieste giudiziarie, i mafiosi dicevano sempre una frase ricorrente: “Se la gente si ribella, siamo fottuti”. È nostro dovere, allora, istruire, informare, formare, al fine di abbattere il consenso sociale.

La Mafia oggi va studiata a più livelli, perché invade tanti campi.              
I mafiosi sono organizzati e la risposta dello Stato deve essere coordinata e coerente.    
Noi docenti dobbiamo spiegare il fenomeno. Abbiamo la responsabilità di creare gli uomini di domani, dobbiamo parlare di Mafia ai ragazzi, dobbiamo spiegare la storia delle organizzazioni mafiose, cosicché imparino a capire quali mani non stringere.      
Andiamo sul concreto, facciamo loro alcune domande, del tipo: Sai che in quel posto ci sono dei cattivi ragazzi? Non ci devi andare. Sai che in quell'altro trovi uno spinello a €5? Non lo devi comprare, perché così finanzi la Mafia.       
              
Per vincere la mafia, dobbiamo innanzitutto superare due stereotipi:                    
PRIMO STEREOTIPO = la sindrome del “NON MI RIGUARDA”.      
Le mafie italiane non sono solo sul nostro territorio.      
Dopo le stragi palermitane, la gente si è ribellata e lo Stato è intervenuto efficacemente, quindi la Mafia si è indebolita, però si è rafforzata la 'ndrangheta.           
Le opere pubbliche sono occasioni di ricchezza per le mafie (vedi il porto di Gioia Tauro col traffico di droga).           
Oggi la 'ndrangheta ha troppi soldi e non sa più dove metterli, quindi nasce il problema del riciclaggio.         
Nella 'ndrangheta la cosca coincide con la famiglia naturale, ci sono legami di sangue, quindi è molto forte.   
Le mafie non mettono i soldi in Calabria, perché vogliono che la loro gente rimanga povera, altrimenti non ha più bisogno di loro.

SECONDO STEREOTIPO da superare: LA MAFIA NON È IMMUTABILE E FERMA, SI EVOLVE, è in mezzo a noi, perciò non dobbiamo avere paura di affrontare i cambiamenti. La Mafia si adatta ai tempi, alle esigenze. Oggi spara un po' meno, soprattutto a Milano, perché il fatto di sangue attira la magistratura. Oggi la Mafia è business, è legata agli affari, investe in Bitcoin. Le mafie aprono centinaia di società per schermare il loro denaro. Si parla di infiltrazione nell'economia legale. La ‘ndrangheta trova le porte spalancate poiché spesso sono proprio gli imprenditori a cercarla.               
Il metaverso, lo spazio virtuale in cui si assottigliano fino ad essere quasi impercettibili le differenze con la realtà, è uno strumento eccezionale nel quale investire per le mafie. Il mafioso non teme l'arresto, anzi è un vanto, teme piuttosto che gli vengano tolti i soldi, perché senza soldi perde potere.             
              
Il Procuratore passa quindi a parlare dell'articolo 41 bis e della questione Cospito. Sostiene che la magistratura stabilisce che il boss sia da mettere in isolamento, se è in posizione apicale, altrimenti è sicuro che, entrando in carcere, arriverà a formarsi la sua cerchia e a comandare all’interno, persino sui secondini. Ma, per fare questo, deve dimostrare che il capomafia ha già cercato di fare proseliti.           
Col 41 bis i capi mafiosi hanno solo un'ora d’aria/di socialità con soltanto tre persone che vengono decise dal magistrato stesso per questioni di sicurezza; hanno inoltre un solo colloquio al mese (non settimanale come gli altri) e parlano col citofono e con il vetro che li separa dall’interlocutore. Questa misura precauzionale viene presa perché non vengano passati messaggi ai famigliari. Infatti i mafiosi li scambiano anche semplicemente con i gesti, quindi vengono registrati durante i colloqui con i parenti. Sono stati trovati addirittura dei pizzini nei pannolini sporchi dei neonati e nei biberon. Le donne dei detenuti sono attenzionate, perché sono coloro che portano i messaggi all'esterno del carcere.

              
Ed ecco che, a questo punto, Alessandra Cerreti affronta la questione serie tivù e canzoni.               
Ci sono serie TV come “Mare fuori” che dipingono il mafioso come un eroe, ci sono i trapper (trap = sottogenere della musica rap, sviluppatosi, a partire dagli anni Novanta del Novecento negli Stati Uniti, come espressione degli ambienti sottoproletari urbani degradati, caratterizzato da testi violenti e aggressivi, ritmati da una musica elettronica fortemente sincopata) che inneggiano alla violenza. Ebbene queste serie e queste canzoni sono molto viste e ascoltate dai ragazzi, senza la supervisione di un adulto.
Le famiglie purtroppo latitano, non controllano i figli, e gli insegnanti si ritrovano investiti da un’onda anomala.          
Cosa possiamo fare allora come docenti?            
Possiamo raccogliere, per esempio, i cellulari in un cestino tutte le mattine, per obbligarli a “staccarsi” dallo strumento che assorbe i loro interessi almeno durante le ore scolastiche (è un gesto simbolico nella secondaria di primo grado, poiché l’uso ne è già vietato), poi dobbiamo bombardarli di argomenti con esempi concreti, parlare loro dell'omertà che va abbattuta, definirli “Angeli Custodi della Legalità”, dobbiamo lasciare un seme nei ragazzi, che possa crescere per la società futura, insegnare che il più forte ha l'obbligo di tutelare il più debole altrimenti è solo un vigliacco.     
Ricordiamoci che tutti insieme possiamo.           
Utilizziamo inoltre episodi del passato per parlare di presente. Diciamo ai nostri ragazzi che per colpa della Mafia anche la loro famiglia è più povera, anche la loro scuola è più povera, anche la loro città è più povera, perché non si possono fare opere di ristrutturazione, aggiustare strade e loro andranno in motorino meno sicuri.  Insegniamo ai ragazzi anche come votare.    

Ma la cosa più importante che possiamo e dobbiamo fare è partire spiegando loro l'importanza del rispetto delle regole. Facciamogli capire che violare le regole è già un atteggiamento mafioso, così come lo è copiare una verifica, perché sono atti illegali. Violare qualsiasi regola è un atteggiamento mafioso.     
Sempre per quanto concerne le canzoni, il Procuratore riferisce che ci sono certi mafiosi ed esponenti della ‘ndrangheta (come il boss poeta Bellocco che scrive dal 41 bis) che scrivono canti di mafia (si veda, per esempio, la “Ninna nanna del malandrineddu”) che vengono usati per fare proseliti in Europa tra gli italiani all'estero.         
Che fare, allora? Più brutta e pericolosa è la canzone, più dobbiamo analizzarla insieme ai nostri studenti; più brutto e più pericoloso è il film, più dobbiamo parlarne con loro. Laddove la famiglia latita, è dovere della scuola e dei docenti INTERVENIRE ED EDUCARE.