Da
tempo volevo scrivere il mio pensiero circa i social e il mondo virtuale dal
quale siamo ormai completamente fagocitati tutti (o quasi), ma, ogni volta che
mi accingevo a farlo, sorgeva in me la considerazione che l’argomento è stato
ormai affrontato da più parti, che il fior fiore degli esperti di ogni tipo ha
scritto in merito, steso articoli, trattati, volumi, per cui ritenevo che la
mia fosse solo una voce in più, inutile, ripetitiva del già detto, già letto,
già scritto, già sentito, e lasciavo perdere.
Però continuavo ad avvertire l’urgenza di dire la mia, proprio perché non solo
come persona nella vita di tutti i giorni, ma anche, e soprattutto (cosa che mi
preme di più), come insegnante, e quindi educatrice, a scuola, mi scontro
quotidianamente con una realtà che sta assumendo contorni sempre più
preoccupanti e mi domando cosa si possa fare per porre rimedio a questo stato
di cose, prima che tutto precipiti.
Che tutto precipiti, badate bene, perché ho la netta percezione che l’essere
umano si stia disgregando, che stiamo andando alla deriva e stiamo annullando
la nostra “umanità” (cervello, corpo e anima), assorbiti dal mondo virtuale.
Stiamo perdendo i contorni del nostro ESSERE, stiamo perdendo la LIBERTA’, stiamo
perdendo la capacità di RELAZIONARCI agli altri.
Il fenomeno degli Hikikomori (l’isolamento sociale volontario emerso negli
anni Novanta in Giappone, che ha provocato un incremento di ragazzi chiusi in
casa in ritiro volontario, per il quale invito a leggere l’articolo QUI) sta
dilagando in maniera drammatica anche in Italia. A oggi si stimano 200.000 casi.
La prima volta che ho incontrato questo termine è stato qualche anno fa su un’antologia.
Stavamo svolgendo un’attività di gruppo in classe, nell’ambito di Educazione Civica,
che comportava la realizzazione di un grafico inerente all’uso del cellulare da
parte dei preadolescenti e ci siamo imbattuti in una lettura sugli hikikomori.
Era una parola sconosciuta anche a me e ne ero rimasta parecchio incuriosita.
Al termine della lettura, avevo deciso di approfondire l’argomento, assegnando
ai ragazzi una ricerca da svolgere a casa, per poi discuterne insieme a scuola.
Ricordo che ci era parso un mondo oserei dire da fantascienza e di aver pensato
che un fenomeno del genere non avrebbe mai potuto coinvolgere i nostri ragazzi,
ritenendolo frutto di una società e di uno stile di vita totalmente diverso da
quello del mondo occidentale, troppo lontano. Invece…
Sempre più ragazzi soffrono di quella che viene definita “ansia sociale”, un
disturbo che rende difficili, se non addirittura impossibili, le relazioni, non
riescono a entrare in classe, a volte nemmeno a varcare il cancello della
scuola, sono colti da attacchi di panico e i genitori si vedono costretti a
ricorrere a specialisti per affrontare quello che diventa un problema non più
solo del singolo, bensì dell’intera famiglia. In questi casi (che, purtroppo,
come ho già detto, sono in aumento) anche noi insegnanti veniamo coinvolti e ci
troviamo ad affrontare colloqui periodici con psicologi e specialisti di riferimento,
per cercare di capire come aiutare lo studente in questione. Tutti sappiamo che
esiste l’obbligo di frequenza scolastica fino ai sedici anni, ma non tutti (specialmente
chi non è del mestiere) sono a conoscenza di questo drammatico fenomeno, in cui
alcuni ragazzi si ritrovano invischiati, caratterizzato da una sorta di “blocco”
che impedisce loro di immergersi nella realtà concreta dell’ambiente scolastico.
Se la scuola è un ambiente comunque protetto e comprensivo, che si prodiga per andare
incontro a questo genere di problematiche degli studenti, il mondo fuori non lo
è altrettanto. Superato il periodo della scuola attraverso modalità diverse dalla
consuetudine consistenti in studio a casa, incontri online, sporadiche presenze
al di fuori della classe, magari in laboratori all’interno dell’istituto, per
la verifica delle conoscenze/abilità/competenze acquisite in ambiente
domestico, cosa ne sarà di questi ragazzi? Come potranno affrontare la vita?
Sicuramente attraverso un percorso lungo e spesso difficoltoso, nonché oneroso,
che dovrà portare al superamento dell’ansia che ha costretto il ragazzo all’isolamento.
C’è, però, da chiedersi come questi ragazzi trascorrano il tempo, rimanendo da soli
a casa. Non certo a studiare h24. I genitori devono pur sempre lavorare, di
conseguenza si ritrovano a passare molte ore da soli. Inevitabilmente, sono portati
a cercare compagnia e fonti di distrazione nel mondo dei social e a vivere di
rapporti sempre più virtuali e sempre meno reali.
Fortunatamente, in questi casi, non siamo ancora nella sfera del fenomeno Hikikomori, ma è evidente che, se la situazione non viene adeguatamente e
tempestivamente affrontata, il rischio che degeneri sussiste.
Sempre più scuole attivano sportelli psicologici (e il numero di richieste è
sorprendentemente in aumento), nonché progetti per formare gli studenti a un
uso consapevole del web (cittadinanza digitale). Questo perché il disagio e l’ansia
non sono limitati solo a casi isolati, ma sono estesi a tutta la popolazione
giovanile e, vorrei aggiungere, non solo a quella. Non starò qui a elencare tutte
le casistiche di questo fenomeno che ci coinvolge tutti e che, come ho già
detto, sono state affrontate da altri. Invito, però, i genitori e gli
insegnanti che ancora non lo avessero fatto alla lettura di un libro che reputo
fondamentale per riuscire a comprendere i nostri giovani e i loro disagi: “La
generazione ansiosa” di Jonathan Haidt.
Vorrei concludere questa mia riflessione, facendo un riferimento anche al mondo
adulto, anch’esso sempre più assorbito dai social e dal web. È deprimente osservare
e constatare come siamo cambiati nell’ultimo decennio, come ci siamo lasciati
travolgere e condizionare dal cellulare. Il cellulare, nato come strumento di
COMUNICAZIONE mobile, come oggetto per aumentare la nostra sicurezza (sono
fuori casa e ho un problema, devo comunicare un ritardo, ho perso il treno, ho
avuto un incidente…) si è trasformato in un’arma LETALE per la nostra salute
fisica, ma soprattutto psichica. Ci ha trasformati, ha modificato il nostro
comportamento, il nostro modo di vedere, ci ha resi SCHIAVI.
Se col tempo
modificherà in modo evidente la nostra postura (si ipotizza un futuro di esseri
umani con la gobba a livello delle vertebre cervicali, tutti sempre con la
testa rivolta verso il basso, per leggere messaggi, osservare video e via
dicendo… Non vi ricorda l’evoluzione della specie di Darwin?), non ci rendiamo
conto che ha invece già modificato il nostro cervello e condizionato le nostre
esistenze, nessuno escluso.
Osservo. Osservo le persone. Lo faccio quando sono
in treno, lo faccio al ristorante, lo faccio nelle sale d’attesa, lo faccio per
strada, ovunque. Sono sempre stata una persona portata a osservare. E noto.
Noto che la gente non è più capace di gestire “i tempi morti”, le attese,
perché l’attesa, che una volta generava un’ansia positiva, oggi genera l’ansia
negativa, quella disturbante, per cui siamo portati a evadere, a cercare di riempire
il vuoto con qualcosa che distragga il nostro cervello dalla riflessione, da
qualsiasi tipo di riflessione. La gente è distratta dal mondo reale, immersa in
quello virtuali, assorbita, fagocitata. Ovunque vedo persone con il cellulare
in mano. Vedo mamme che camminano per strada spingendo il passeggino con dentro
bambini ignorati, poiché intente a messaggiare o a fare altro con il
telefonino. Vedo coppie al ristorante che non si parlano, non si guardano negli
occhi, ma sono concentrate sul proprio schermo; vedo padri con i figli con i
quali magari vorrebbero parlare e i figli li ignorano, perché preferiscono chattare
con gli amici o viceversa (ho visto anche quello), ma più spesso sono entrambi
intenti a fare altro, ognuno con il proprio cellulare. Vedo persone riempire il
tempo nelle sale d’attesa, con la testa china sul telefono. Sono sempre più
rare le persone che hanno in mano un libro e ancor più rare quelle che nel
silenzio aspettano senza fare nulla.
Osservo e mi domando: se siamo noi adulti i primi a lasciarci travolgere da
questo malefico strumento, se diamo più importanza ai rapporti virtuali, ignorando
chi ci è fisicamente vicino, se diamo per scontate le persone reali e le
releghiamo in un angolo, senza degnarle di attenzione, senza sforzarci di
ascoltare i loro bisogni, facendole sentire poco importanti per noi, se per far
stare tranquilli i nostri figli li piazziamo davanti allo schermo già da piccoli,
come possiamo sperare che il mondo guarisca?
Tocca a noi “grandi” essere di esempio ai piccoli, se vogliamo salvarli. Forse
siamo ancora in tempo per farlo e per salvare anche noi stessi. Basta
cominciare, disintossicandoci come si farebbe con un farmaco che ci ha creato
dipendenza, scalandolo poco alla volta. Cominciamo impegnandoci a trascorrere
meno tempo sui social, sforzandoci di dedicare invece più momenti a chi ci è
vicino, e smettiamo di farci rubare la vita.