giovedì 23 maggio 2019

IL BAMBINO CON DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO




CORSO DI AGGIORNAMENTO

IL BAMBINO CON DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO

IL PROCESSO DI CRESCITA






Apre l'incontro la dottoressa Federica Calvi, assistente sociale, la quale legge la lettera di una madre al cui figlio viene diagnosticato l'AUTISMO.    
La madre scrive che il bambino cresceva come tutti gli altri, mangiava, dormiva, era un bimbo assolutamente normale, però non comunicava, non parlava.
Portato da uno specialista, è arrivata la diagnosi di autismo. Quella parola si è conficcata come una lama all'interno della famiglia.
La dottoressa Calvi spiega il ruolo dell'assistente sociale, che è quello di comunicare alla famiglia i servizi che il territorio offre per poter aiutare il bambino e i familiari stessi.
Gli assistenti sociali sollevano i genitori dal senso di colpa (capita spesso, infatti, che si sentano responsabili) e collaborano con la scuola, forniscono informazioni corrette su ciò che si può fare.
E' molto importante che i genitori abbiano degli spazi da gestire per loro stessi, in quanto l'autismo di un soggetto in famiglia coinvolge la famiglia intera.
Servono degli approcci individuali. Per questo, l'educatore è una figura fondamentale, che aiuta l'adattamento del soggetto autistico alla scuola ma anche all'interno della famiglia.
La cosa più importante è che ci sia una sinergia tra i vari operatori.
Il soggetto ha molte difficoltà ad esprimersi e a interagire con l'ambiente.
Prima l'autismo viene diagnosticato, prima si può intervenire.

Il dottor Claudio Merletti, dirigente della ATI Varese, spiega come i casi di autismo siano in aumento all'interno della scuola. Parla dell'assurdo di interconnessioni e riduzione della comunicazione reale.


COSA SONO I DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO? DALLA DIAGNOSI ALL'INTERVENTO.
dottoressa Laura Villa, neuropsichiatra.

La dottoressa Villa spiega che di autismo si vive e si cresce. È un disturbo atipico, perché è neuro differente. L'autismo è pervasivo in quanto compromette l'intera vita.
Pediatra, neuropsichiatra infantile e psichiatra sono figure fondamentali per la diagnosi tempestiva.
L'autismo non esiste, spiega la dottoressa: esistono gli autismi.
Si parla invece di autismo in modo improprio, usando un unico linguaggio, mentre questo è un fenomeno complessissimo e molto vasto.
Occorre rintracciare la comprensione del sistema autistico. Sarebbe un passo importante per avviare l'attività di intervento.
Il fenomeno è estremamente complesso e ancora ignoto in gran parte.
La dottoressa Villa ci mostra una slide riguardante il test delle tre montagne.
Le tre montagne riguardano i tre punti di vista parziali, che ognuno di noi mette in atto di fronte al problema. L'autismo ci impone il superamento di questo test. Quale montagna vedo?
L'autismo è neuro diversità e neuro differenza e non è una rarità, come si crede.
E' molto importante la diagnosi precoce.
Altrettanto importante la stabilità predittiva degli indicatori precoci, la valutazione dell'outcome, la diagnosi, ecc... Infatti l'autismo si distribuisce in vari campi.
Esistono cause genetiche.
Il disturbo può essere diagnosticato entro i primi due anni di vita.
Esistono componenti verbali e non. Da tenere sempre presente che l'autismo è sistemico. Come affrontarlo, dunque?
C'è un vecchio detto africano: l'elefante si mangia a fette. Significa che è molto importante scomporre il problema, affrontarlo e poi ricomporlo. Occorre definire i fenotipi comportamentali, i fenotipi possibili, definire un progetto riabilitativo e la sostenibilità del cambiamento.
La diagnosi è la descrizione dei comportamenti osservabili. Domandiamoci secondo quali criteri osserviamo la questione.
DSM 4 vs DSM 5, quest'ultimo oggi più in voga, sono studi retrospettivi.
La diagnosi parte dall'alfabeto.
Definiamo una lettera come un comportamento. Se la parola è condivisa, la diagnosi è condivisa. A = A,  B = B: in questo caso possiamo condividere con il soggetto autistico e c'è comunicazione. Ma, se io pronuncio la parola AMORE (che ha più significati anche per noi), non è già più condivisibile fra il nostro linguaggio e quello del soggetto autistico, dunque non c'è condivisione.
Le parole si combinano, il contesto le interpreta.
La storia di ognuno di noi ci fa interpretare la narrazione e può farci deviare dalla corretta interpretazione. Come fare allora la diagnosi? Il DSM-5 è restrittivo, analizza il disturbo della comunicazione e anche qualche altro disturbo. Ma noi di quale apparato dobbiamo analizzare i comportamenti? Chiediamocelo, perché l'autismo contamina anche altri apparati, ad esempio quello gastrointestinale, quelli alimentari, i disturbi del sonno, ecc.
Non dobbiamo fare una diagnosi fenomenica complessa soltanto di ciò che si vede, ma non di ciò che si vede nel complesso.
Quali segni dà il bambino entro i tre anni di vita? Quali entro i due anni? Quali entro l'anno e quali entro i 18 mesi?
Il contatto oculare e la risposta alla chiamata sotto l'anno di vita sono due indicatori importanti ma non determinanti.
Occorre tenere presenti le traiettorie evolutive:
scomporre lo sviluppo del bambino, per analizzare le tracce e definire gli elementi predittivi che poi vanno ricomposti (il linguaggio, il movimento, il contatto visivo ecc).
Prima si arriva alla diagnosi, più sarà facile definire gli elementi di cui sopra e quindi intervenire tempestivamente. Se il soggetto invece cresce, diventa difficile la scomposizione. Esiste una diversa velocità di sviluppo di progressione anche nello sviluppo atipico.
Chiediamoci quali siano le anomalie sensoriali. Le conosciamo? Le cerchiamo?
Eccole: costipazione, diarrea; il soggetto non regola la sete, non regola la sazietà, dorme molto, ha difficoltà di termoregolazione, suda per niente, ha sempre freddo.
Ci sono ipo e iper stimolazioni, per esempio il soggetto è ipertattile, ipercettivo, ecc.
I genitori sono i primi che si accorgono di certi segnali.
Quali indicatori precoci però occorre cercare? La risposta è molto difficile: li individueremo sotto i 2 anni, sotto l'anno? Bisogna porre molta attenzione fra i 12 e i 18 mesi.
Prestiamo attenzione ai disturbi sensoriali (non solo al linguaggio), al ritardo dell'attenzione congiunta, alle alterazioni sensoriali della visione, dell'udito, del tatto, del gusto, a quella vestibolare, alla viscerale, alla propriocettiva. A questo proposito si parla di Sensory Profile.

PROCESSA PER DIFFERENZE:
è autistico, perché il soggetto autistico trova ciò che è diverso, ragiona al contrario: un bicchiere rosso non è un bicchiere verde, una bottiglia senza tappo non è più una bottiglia. L'autistico processa per differenze.

PROCESSA PER SIMILITUDINE:
non è autistico. 
Il soggetto pensa: panettone = Natale; infradito + crema solare = vacanze; bianco rosso verde = bandiera o nazione.
Le parole per l'autistico sono OGGETTO, le parole per il non autistico sono NARRATE.
Io mi devo adattare all'autistico, non lui a me. La parola oggetto non narra, non simboleggia, non rimanda ad altro.
Cosa insegno allora e come? Devo insegnare prima ciò che viene prima: l'apprendimento deve essere sequenziale dal prima al dopo.
L'autistico impara ciò che gli si insegna in modo corretto, ma anche se gli si insegna in modo scorretto, solo che, in questo secondo caso, impara l'errore (principio dell'iper apprendimento: il soggetto autistico impara anche dall'errore. Sbagliando si impara = sbagliando si impara l'errore).
Bisogna insegnare il sorriso, il gioco persona-persona, ecc. (le relazioni).
Importanti sono l'approccio progressivo e non riduzionista, la flessibilità, la coerenza e l'individualizzazione.
Il fattore tempo è determinante.
Occorre tenere presenti: il quoziente intellettivo, il linguaggio, la compliance (disponibilità ad accogliere gli interventi) familiare, il numero delle ore, la misurazione di outcome (obiettivo finale). 
Punto fondamentale è l'analisi funzionale del comportamento, su cui si basa la specificità del trattamento. E' determinante il ruolo dei caregivers (tutti coloro che si prendono cura del paziente). Noi siamo il contesto e dobbiamo montare le occasioni di apprendimento.
Attenzione congiunta ed emozione congiunta sono abilità che nel normotipico si presentano nei primi mesi di vita.
Occorre chiedersi "perché? cosa? come?" del comportamento problema.
Bisogna stimolare la motivazione, che è la chiave dell'apprendimento.
La presa in carico è un accordo su un progetto condiviso. Il migliore intervento è quello possibile. Le competenze dei genitori sono fondamentali. È importante generare rinforzi di equità più che di uguaglianza. 



MITI E REALTÀ SULLO SPETTRO AUTISTICO
dottoressa Tiziana Carigi, neuropsichiatra ASST Sette Laghi Ospedale Del Ponte.

Ci sono molti fattori che agiscono sull'eziologia e sullo sviluppo dell'autismo: ambiente, genetica, biologia.
Esistono diversi miti da sfatare legati all'autismo:
- lo scarso affetto familiare (un tempo si parlava di madre frigorifero). I genitori si adattano al figlio anaffettivo;
- la mutazione di un solo gene;
- epigenetica (l'ambiente che modifica i geni);
- un fattore soltanto ambientale.
- se ci sono fratelli autistici il rischio aumenta.
Da sfatare anche il mito del mercurio e il ruolo delle vaccinazioni (già sfatato da un articolo del '98).
Un altro mito è che l'autismo sia recente. In realtà le prime osservazioni del fenomeno risalgono alla prima metà del Novecento. 
In Italia un bambino su 77 soffre di autismo, c'è quindi un aumento e si parla di epidemia dell'autismo. Però ci sono nuovi strumenti diagnostici, ecco perché si scoprono più casi.
Invece interazione, linguaggio, contatto oculare, quoziente intellettivo, affettività sono tutti elementi da tenere presenti per diagnosticare il disturbo.
I bambini autistici sono bambini isolati, generalmente senza interesse, ma altri cercano la relazione anche quella intima. Non è vero che gli autistici non sentono e non comprendono le emozioni dell'altro. Non è vero che non tollerano di essere toccati, non è detto che siano violenti e, se lo sono, sono in sovraccarico sensoriale. Essi accolgono diversamente le percezioni sensoriali.
A volte il contatto fisico crea loro dolore, a volte, se il soggetto non parla o se qualcuno parla velocemente, il soggetto autistico si sente aggredito.
Un altro mito da sfatare è la disabilità intellettiva: non è vero che l'autistico è un disabile a livello intellettivo.
Gli autistici hanno delle abilità speciali e possono anche essere dei geni.
Non c'è un esame per diagnosticare la patologia. È sbagliato aspettare che si manifestino altri sintomi. La diagnosi precoce consente un intervento altrettanto precoce. Dall'autismo non si guarisce, si può però cambiare e divenire più funzionali.
Non esiste nemmeno una cura per l'autismo. Si possono invece indurre cambiamenti adattivi. I disturbi non passano, ma non è detto che peggiorino. Non sempre serve il trattamento farmacologico. Nemmeno l'amore è sufficiente per curare l'autistico. Non basta nemmeno la sola tecnica. Bisogna invece cercare i punti di forza e quelli di debolezza del bambino.


COSA PUÒ FARE IL SERVIZIO PUBBLICO PER LA FAMIGLIA E PER LA SCUOLA?
dottor Giorgio Rossi

Un primo screening per capire se il bambino può essere affetto da autismo, può essere effettuato con la scala di valutazione AUTISM M-CHAT (Bosisio Parini, screening tool).
Esistono diverse scale standardizzate e specifiche per la diagnosi. Sono diminuite le diagnosi di disabilità intellettiva, mentre sono aumentate quelle di autismo.
Si possono fare indagini di laboratorio, a volte si fa un elettroencefalogramma, che però non è decisivo, si fa anche una risonanza magnetica, pure questa non decisiva, ci sono poi dei farmaci.
Cosa può fare il servizio pubblico?
Come prima cosa, deve spiegare che non ci sono correlazioni tra autismo e vaccino.
Anzi, il bambino autistico che non viene vaccinato, per esempio contro il morbillo, può sviluppare una panencefalite sclerosante subacuta (PESS) che può portare addirittura alla morte.
Il servizio pubblico può fare ricerca, può fare studio osservazionale della tipizzazione clinica.
C'è difficoltà di connessione tra le varie zone del cervello che può determinare un'alterazione che non fa più comunicare le varie parti tra di loro.
Il servizio pubblico può effettuare uno studio di tutto il patrimonio genetico, far svolgere degli esami con l'aiuto del Besta di Milano, può fare formazione.
Che cosa fa lo stato lo Stato? Può emanare una legge, per migliorare le condizioni di vita, per favorire l'inserimento nella vita sociale del soggetto autistico, per aiutare la famiglia. Misura B1: erogazione di €1000, se c'è una gravità importante pari al livello 3.
Può sviluppare modelli di intervento per gli adulti con aiuti economici. Questo lo fa la Regione.
Il pediatra ben instradato può fare uno screening corretto.
C'è una connessione intestino-cervello. Pare che i bambini con disturbi gastroenterici vadano osservati con attenzione. Bisogna stare anche molto attenti alla reattività e alle intolleranze a certi cibi.



IL PROFILO FUNZIONALE DELL'ALUNNO CON DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO
dottoressa Ledina Derhemi

L'inserimento nella scuola è un momento delicato sia per il soggetto autistico, che per la famiglia, che per il gruppo classe. Occorre l'assegnazione della figura del docente di sostegno e dell'educatore. Entrambi devono lavorare per obiettivi comuni, così come tutti coloro che operano per il bene del soggetto.
Nei casi più gravi, può necessitare l'inserimento del bambino autistico presso strutture specifiche.
Il docente di sostegno elabora il PEI con obiettivi a breve e a lungo termine, ma tali obiettivi possono essere rivisti e cambiati durante l'anno.        
L'educatore ha un ruolo importante per l'acquisizione dell'autonomia dell'alunno autistico, per l'inserimento tra i pari, per l'adattamento nei contesti non strutturati, specialmente nel passaggio da un'attività all'altra.  
L'apprendimento e l'insegnamento devono essere particolari o meglio specifici, diversamente l'alunno non apprende (sbagliando, impara l'errore).  
Quello che tu mi insegni io imparo.      
Come strutturare un PEI?    
Lavorando per obiettivi macro, che sono:     
- potenziare e affinare le competenze comunicative dell'alunno,      
- insegnare gradualmente le abilità sociali per interagire con gli altri,        
-migliorare le abilità di rappresentazione della realtà, ampliare la gamma degli interessi. 

Obiettivi specifici sono:       
- potenziamento delle singole competenze con supporto di sostegno e tempi più lunghi per l'apprendimento        
- fattore tempo: stimolazione e verifica degli apprendimenti, evitare di stimolare a priori o dire "Non è in grado di fare"       
- quali abilità occorre potenziare nel bambino competente (ha abilità più sviluppate di altre: quali sviluppare?).     
Bisogna stabilire gli obiettivi in base ai diversi profili relazionali. Ci sono bambini inaccessibili, passivi, ma che sono in grado di interagire, oppure ci sono bambini bizzarri, attivi che non rifiutano il contatto fisico.        
È meglio il rapporto uno a uno con l'adulto riconosciuto o con un compagno o un piccolo gruppo. Il rapporto con i pari invece è più difficile.
Il PEI deve tener conto della compromissione della comunicazione (la capacità di capire, di utilizzare i codici comunicativi per l'interscambio, difficoltà con le regole sociali, incapacità di padroneggiare i codici della comunicazione).      
Le finalità dell'intervento sono:    
- la promozione della comunicazione verbale e gestuale mimica      
- gli interventi specifici e mirati da condividere con gli specialisti.     
Gli obiettivi devono tenere conto dei diversi profili neuropsicologici.  
Gli autistici notano differenze minime e comprendono meglio per immagini. Importanti sono le associazioni temporali e non dei concetti. Alcuni autistici hanno difficoltà visuo-spaziali e grandi capacità linguistiche. Altri hanno difficoltà di organizzare lo spazio nel foglio. Teniamo presente che alcuni peccano in abilità superiori e fanno fatica nell'elaborare concetti, nel mantenerli e nel collegarli.        
C'è poi il problema dell'attesa, la frustrazione di attendere. Il bambino va quindi motivato allo studio, diversamente molto faticoso. Dobbiamo capire quali sono i suoi interessi. Mettere in atto la coordinazione motoria, comprendere il deficit attentivo e tenere presente la memoria visiva.
Gli obiettivi possono essere stabiliti in base ai profili emozionali individuali, in base al fatto che sia cauto/timoroso piuttosto che spericolato o disorganizzato.    
I compagni di classe sono una risorsa per aiutarlo a livello sociale e didattico.   
Dobbiamo basarci su attività ludiche, da svolgere durante l'intervallo, per esempio, o nella pausa mensa. L'insegnante di sostegno dovrà creare storie sociali oppure video modeling. Le storie sociali insegnano molto.
Bisogna programmare come e quando raggiungere gli obiettivi.       
L'alunno deve lavorare in classe o deve lavorare fuori dalla classe? 

Ci sono ambiti di lavori comuni e allora lavorerà in classe, in altri casi si può lavorare fuori dalla classe, svolgere attività guidate in classe, anche in modo autonomo, che può far svolgere l'insegnante curricolare, dopo che la docente di sostegno ha però attuato il lavoro individuale.


LA GESTIONE A SCUOLA
dottoressa Laura Lunghi

Il COMPORTAMENTO DISADATTIVO è il comportamento anormale, che mette in pericolo la sicurezza. 
Il soggetto può essere aggressivo sia contro se stesso che contro gli altri, può essere fonte di disturbo, può mettere in atto aggressione verbale e/o una distruzione dell'ambiente, e mettere in atto stereotipie.        
Il comportamento diventa un problema, quando la risposta comportamentale non è accettabile.       
Quando, dunque, un comportamento è un problema?  
Dipende ovviamente dal contesto: se un bambino urla in casa, da solo in camera sua, non è un problema; se urla in classe, è un problema; se un soggetto sfarfalla (tipico degli autistici) davanti alla TV da solo, non è un problema, se si mette a sfarfallare davanti alla televisione mentre sono presenti altre persone che vogliono seguire un programma, il suo comportamento è un problema. 

È un problema a scuola, se il comportamento è pericoloso, se interferisce con l'apprendimento, se è di ostacolo alla socializzazione.
E' importante tenere presente anche la topografia, cioè la forma del comportamento, la funzione, ossia perché lo fa? 
Occorre descrivere sempre quello che il soggetto fa e non quello che il soggetto è, ad esempio non devo dire "L'alunno è aggressivo", dirò "L'alunno sferra pugni sul banco".      
Il comportamento problematico gli consente di ottenere quello che vuole. Allora dobbiamo adottare noi un comportamento sostitutivo. 

Piange, urla e scappa, quando non vuole fare i compiti? Piange, urla, scappa, perché invece è stanco di farli?
Ci sono eventi setting: mancanza di sonno, nascita di un fratellino, trasloco, problema familiare ecc., quindi va sempre analizzato il contesto nel quale si svolge il comportamento problematico.    
Il comportamento è utile allo studente autistico perché dà accesso a dei rinforzi, è una via di fuga, una modalità comunicativa.
Le funzioni del comportamento problematico sono:        
- accesso a oggetti concreti 
- evitamento e fuga del compito  
- ottenimento dell'attenzione
- stereotipie.
Per capire quale di questi comportamenti il soggetto autistico mette in atto, noi dobbiamo fare una raccolta di dati.     
Lo possiamo fare tramite tabelle, lo possiamo fare come genitori, come educatori, come insegnanti. Mettendo insieme i risultati delle tabelle, riusciremo a capire quale funzione del comportamento adotta il bambino e quali strategie dobbiamo quindi adottare noi.
Esistono strumenti di raccolta dati, appunto, come tabelle con frequenza, c'è la presa dati ABC che è schematica e riguarda: comportamento, data, ora d'inizio del comportamento problematico, ora di fine dello stesso.  

 
Quando un comportamento è dovuto a un rinforzo tangibile, ci dobbiamo chiedere che cosa gli piace. 

Dobbiamo insegnare:
- forme di comunicazione funzionale
- attesa
- fargli accettare il NO: non potrai avere questo, ma potrai avere quest'altro. 

Quando il comportamento è dovuto al mantenimento dell'attenzione, invece, dobbiamo:
- insegnargli a richiedere l'attenzione in modo adeguato,
- prestare attenzione a quando non emette il comportamento problematico (dare attenzione al comportamento adeguato: fare il contrario)
- insegnare abilità di gioco indipendente e auto intrattenimento, cioè insegnare a fare da solo.


Quando il comportamento invece è un comportamento fuga dobbiamo:
- valutare le preferenze
- fornire accesso al rinforzo e gradualmente sfumarlo
- fornire la possibilità di scelta
- insegnare a richiedere una pausa (può interrompere adeguatamente il compito).

Quando invece il comportamento è stereotipo, dobbiamo:
- trovare sostituto sensoriale accettabile
- dare accesso al comportamento autostimolatorio, dopo altre risposte adeguate
- insegnare abilità di gioco indipendente
- bloccare il comportamento
- attuare procedure specifiche (RIRD).

Bisogna sempre stare attenti alla parte etica: non dobbiamo eliminare le stereotipie, perché fanno parte dell'autistico, però possiamo ridurle.

Ci sono strategie, per evitare il comportamento problema:
- utilizzare un linguaggio positivo (per esempio dirgli cosa deve fare, non cosa non deve fare. Ad esempio, non posso dirgli nell'intervallo: <<Non devi correre>>, ma gli dirò: <<Devi camminare>>).
- anticipare quello che succederà
- diminuire, minimizzare le istruzioni
- usare un linguaggio semplice
- insegnargli che può fare giusto con degli aiuti e non insegnargli che sbagliando s'impara
- non bisogna dargli i compiti lunghi
- dobbiamo variare i compiti
- dobbiamo alternare compiti facili a compiti difficili
- evitare di farlo stare seduto a lungo.



PROGETTO DI VITA PIANO DI INCLUSIONE
dottor Luigi Macchi

Cosa può fare la scuola? Può formare l'unità della persona.
Il mondo del lavoro deve offrire la propria partecipazione sociale attiva.
L'inclusione a scuola avviene se siamo capaci di fare azioni inclusive. Occorre stendere un progetto di vita che parta dalla scuola dell'infanzia. E' importante fare orientamento bene. 
Perché i soggetti autistici si iscrivono tutti negli istituti tecnici o al CFP e nessuno al liceo? Occorre dare significato alle attività del processo educativo, condividerle con la famiglia e con le istituzioni.
Sono importanti le relazioni, le competenze, l'autonomia, la gestione delle frustrazioni e delle emozioni, lo sviluppo delle competenze, tenendo conto della gravità del problema.
La scuola deve raccontare sempre la verità alla famiglia, non deve illuderla.
Sono importanti un'alleanza strategica e il rispetto reciproco scuola famiglia, come pure fondamentale è l'alternanza scuola lavoro. Occorre rendere pratico l'orientamento mirato nel mondo del lavoro.



PONTE SCUOLA-LAVORO
dottor Marino Bottà

Non ci sono professioni inaccessibili ai diversamente abili.
Dobbiamo orientare al lavoro, dobbiamo creare supporto alle famiglie, dobbiamo creare contenitori di formazione al lavoro, all'orientamento per i diversamente abili, dobbiamo creare un servizio di supporto alle esperienze scuola lavoro.
Occorre creare sul territorio un servizio composto da psicologi, pedagogisti, direttori scientifici, Mercato del Lavoro in grado di coinvolgere:
il diversamente abile, la famiglia, i docenti, il collocamento.
Occorre evitare lunghi periodi di inattività (la fase cosiddetta del divano, in cui l'autistico dimentica tutto quello che ha appreso a scuola e cade in depressione, per poi dover tornare in cura da psicologi).
Il collocamento dei diversamente abili avviene dopo un'accurata documentazione che viene presentata, dopodiché si effettua l'iscrizione, quindi l'inserimento nel mondo del lavoro. 
Bisogna capire se il soggetto è da cooperativa o da azienda. 
La scuola deve formare al lavoro. Il soggetto autistico potrebbe necessitare di essere inserito in un contenitore formativo alternativo alla scuola per 8/9 mesi.
Non devono esserci dei vuoti tra la scuola e il lavoro.

L'AUTISMO I BISOGNI DELLE FAMIGLIE
dottoressa Priscilla Pasino

Il livello di stress è altissimo all'interno della famiglia con un soggetto autistico.
Ci sono problemi economici e sociali notevoli. Ci sono: fatica quotidiana, isolamento sociale per tutta la famiglia, perché è più facile gestire il soggetto autistico a casa che in pubblico.
Ricordiamoci che dall'autismo non si guarisce e si ha bisogno di interventi psichiatrici ed educativi. 
Occorre stendere un progetto di vita, per aiutare autistico e la sua famiglia e tenere presente che l'autismo è una disabilità grave.
Dall'ottobre del 2011 esistono le Linee Guida.


In coda, <<Mica scemo>>, il primo spot che racconta l'autismo (tratto da lagazzettadelmezzogiorno.it)

venerdì 4 gennaio 2019

LA BOTTEGA DEL GIALLO: intervista a Laura Veroni, menzione Giallo Garda 4^ edizione

Per la Bottega del Giallo, Manuel Figliolini intervista Laura Veroni, autrice di "Varese non aver paura", Fratelli Frilli Editori, durante la cerimonia di premiazione per la menzione alla quarta edizione del Giallo Garda.

Grazie a tutto lo staff.

Per vedere l'intervista, cliccare qui

Sotto, alcuni momenti della premiazione


l'intervista di Mara Facchetti


la premiazione



Il momento della premiazione e la motivazione della giuria



venerdì 19 ottobre 2018

CONCERTO DI MORTE, Fratelli Frilli Editori

Elena Macchi sta per tornare!

Dal 25 Ottobre "Concerto di morte", Laura Veroni, Fratelli Frilli Editori, nelle migliori librerie.


La copertina

Guarda il book trailer

martedì 18 settembre 2018

Arrivederci, zio Aldo...


17/09/2018

In memoria di zio Aldo



Oggi zio Aldo ci ha lasciati. Ultimo dei fratelli Veroni, con lui se ne va non solo un affetto personale, ma anche una parte di Varese, per tutto quello che ha rappresentato per questa città. 
Quale varesino non lo conosceva, infatti? Generazioni di lettori e di studenti hanno frequentato quella che è stata la Libreria dei Fratelli Veroni.
Quante volte mi sono sentita chiedere dalle persone: <<Ma hai qualcosa a che vedere con la libreria?>>.  
E la mia risposta, sempre la stessa: <<Sì, sono la figlia di uno dei proprietari>>.    
<<Ah, la figlia del signor Aldo!>>.  
<<No, di Edmondo. Aldo è mio zio>>.  
Ah, che gran bella persona il signor Aldo! Aldo, il più conosciuto dei tre fratelli, nonché il più giovane, quello che era sempre a contatto con il pubblico, quello che potevi trovare dietro al bancone, all'ingresso della libreria, pronto a sfoderare il suo più cordiale sorriso di benvenuto ai clienti, a dispensare consigli sui libri, sulle ultime novità. Aldo, tanto stimato dai suoi dipendenti e dalla sua Varese. Lo stesso Aldo che ha lottato per la libreria, che ci è rimasto attaccato fino alla fine, finché ha potuto, con la morte nel cuore, nel vedere il frutto di una vita di sogni, speranze e sacrifici condivisi con i fratelli, venir meno con l'inevitabile chiusura. Giù la saracinesca, via l'insegna: la Fratelli Veroni aveva chiuso i battenti. 
E da allora si poteva vedere quotidianamente il signor Aldo passeggiare per le vie del centro, sfilare davanti alle vetrine di quelli che erano stati i locali dove era invecchiato insieme ai suoi fratelli, con l'amarezza dipinta in volto e chissà quale spina conficcata nel cuore, dirigersi verso la Biblioteca Comunale a leggere il giornale, avvolto, durante gli inverni freddi, nel caldo paltò di loden verde, con le mani fasciate nei guanti di pelle nera e i capelli ingrigiti che incorniciavano un volto vissuto, sempre più sofferente per quel dispiacere che non lo aveva più abbandonato. Eppure non smetteva mai di dispensare saluti e sorrisi a quelli che erano stati i suoi vecchi e affezionati clienti.
E poi... la Spagna. I fratelli ormai non c'erano più, la figlia, l'unica, si era trasferita e, allora, che cosa poteva mai trattenerlo ancora qui? E così, addio Varese, con una punta di malinconia, perché qui lasciava comunque le sue radici, qui i ricordi della giovinezza, qui i momenti spensierati, qui le fatiche, qui i ricordi.   
Ma il signor Aldo Veroni per me non è stato solo questo. Per me è stato molto di più. E' stato lo zio della mia infanzia, il fratello giovane del babbo, il fidanzato della zia Milena. Lo ricordo ancora molto giovane, prima del matrimonio. Aldo era lo zio che viveva in casa con nonna Ines, quello che vedevo quasi tutti i sabato sera, quando i miei genitori uscivano per andare a cena e al cinema o a ballare e mi lasciavano a casa della nonna. Era lo zio con cui ridere e scherzare, con cui giocare, nell'attesa che arrivasse la domenica e con quella i miei genitori che tornavano a prendermi. E zio Aldo è stato per me anche un secondo padre, dopo la morte del mio. Un padre che mi ha seguita silenzioso, ma presente, a distanza. Negli ultimi tempi, poi, da quando ho cominciato a pubblicare romanzi, è stato anche il mio fan più accanito. Sorrido commossa, pensando che ha tradotto in spagnolo il mio "Thanatos", il libro che ha segnato l'inizio, diciamo pure serio, della scrittura. Ogni volta che usciva una novità, gliela spedivo e lui attendeva con ansia di ricevere il pacchetto, per leggere le storie che inventavo, per poi mandarmi i suoi commenti. Aveva letto anche il romanzetto adolescenziale che avevo scritto a diciotto anni, dispensandomi consigli. Mi aveva incoraggiata a continuare, a non arrendermi. Era orgoglioso dei miei successi e mi diceva sempre che lo sarebbe stato anche mio padre. Negli ultimi tempi, quando io ho avuto un problema di salute, mi è stato molto vicino, pur fisicamente lontano. Ci scrivevamo spesso. Conservo i suoi messaggi gelosamente, specialmente uno, in cui mi esortava a non mollare, a stringere i denti e reagire, a lottare. Parole di conforto che avrei tanto voluto poter dire anche io a lui in questi giorni. Invece non ne ho avuto il tempo. Un ultimo Whatsapp, prima di ricevere la notizia che se n'era andato: TI VOGLIO TANTO BENE. E un cuore rosso che pulsa e che continuerà a pulsare.   
Sono sicura che Aldo Veroni non mancherà soltanto a me. La sua scomparsa lascerà un vuoto nel cuore di molte persone, di tutte quelle che gli hanno voluto bene e che sono state tante.  
Ho nel cuore la certezza di farmi portavoce dei sentimenti d'affetto di tutte quelle persone, in primis dei familiari, poi, di tutti gli ex dipendenti della ex Libreria, quella con la L maiuscola, che tanto ha rappresentato per la nostra Varese, infine di tutte le persone che lo hanno conosciuto. 
Arrivederci, zio <3.


lunedì 3 settembre 2018

IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO...


Io speriamo che me la cavo, come tutti sanno, è un libro che risale al 1990, scritto dal maestro elementare Marcello D'Orta nella forma di una raccolta di sessanta temi svolti da ragazzi di una scuola elementare della città di Arzano, Napoli.   
Ma in questo caso specifico, è un'espressione che oggi ho fatto mia, appena suonata la sveglia.    
Primo giorno di scuola per tutti i docenti della secondaria di primo di grado e il mio primo pensiero, dopo ben sei mesi di assenza dal lavoro, è stato proprio questo: ce la farò? Ansia e preoccupazione, alle spalle una notte praticamente insonne. Come resistere seduta ore durante il collegio docenti? Come resistere durante l'anno, in classe, con alunni super agitati da gestire? Sarò in grado di non ascoltare il dolore che mi tormenta ormai da mesi, per dare spazio al mio ruolo di insegnante, di educatrice, di collega? Saprò essere di nuovo quella che ero: attiva, dinamica, bionica (come mi definiva qualcuno), infaticabile, affidabile? Saprò esserlo? Ed è con questi pensieri che stamattina ho varcato il cancello della Vidoletti, zaino in spalla (già troppo pesante, seppur vuoto di libri, ma pieno di altre cose), con una certa trepidazione. 
(immagine da Internet)

Entrare nell'edificio mi ha fatta subito sentire a casa. E' stata una sensazione piacevole, mi è parso di essermi riappropriata di una parte della mia vita che mi era stata rubata da uno stupido (stupido?) incidente di percorso. Essere avvolta di nuovo dall'affetto dei colleghi che ormai, dopo anni (questo è il mio nono qui), rappresentano per me una seconda famiglia, mi ha infuso un senso di benessere, di appartenenza. Ecco, quello che mi è mancato in tutti questi lunghi mesi: sentirmi appartenere. Il profumo familiare della gomma dei pavimenti, il colore giallo delle pareti all'ingresso, il bancone del personale collaboratore, la macchinetta delle bevande calde che mi ha ricordato gli inverni passati, con le ore buche dedicate a bere tè bollente per scaldarmi, persino i servizi destinati alle docenti, quello con lo scarico difettoso... tutte queste cose mi hanno fatta sentire bene. 
Anche la voce del dirigente, che elencava i punti all'ordine del giorno, mi ha infuso benessere, un completo, totale senso di familiarità e appartenenza. 

Dolore. Dolore continuo in sottofondo. Il cuscino anatomico appoggiato dietro la schiena è servito ben poco. Devo farcela, voglio farcela, voglio tornare alla vita di prima, quella di sempre, voglio tornare a essere quella che ero. Ho già perso troppo tempo, ho buttato via mesi della mia vita. Li voglio riprendere tutti!        
Stamattina, un messaggio di augurio di buon anno scolastico dal mio ex collega Carlo, ormai in pensione, mi ha scaldato il cuore e mi ha profondamente commossa. Sono facile alle lacrime da un po' di tempo, lo ammetto, ma le ho controllate. Le parole di affetto e solidarietà da parte di tutti i colleghi, la loro disponibilità ad aiutarmi, Giusy, che questa mattina appena sveglia, mi ha scritto CONTA SU DI ME PER QUALUNQUE COSA. IO NON TI MOLLO.  Margherita che mi ha portato il borsone pesante fino alla macchina, Nico che mi ha detto: <<Ti prendo in braccio per fare le scale, se hai bisogno>>... E il preside: <<Ti farò avere delle sedie imbottite nelle tue classi, non preoccuparti>>...     
Come non sentirsi pieni di gioia e gratitudine, quando l'inizio è questo? E come non rispondere al dubbio "Io speriamo che me la cavo" in questo modo: CERTO, IO ME LA CAVERO'.

Grazie <3



giovedì 26 luglio 2018

IL FANTASMA DI GIADA

Da oggi in distribuzione in tutte le migliori librerie, il Frillino "IL FANTASMA DI GIADA", il mio primo giallo per ragazzi. Dedicato ai miei alunni di ieri, di oggi e di domani. 


Trama: Giada, Francesca e Beppe sono tre amici che frequentano la stessa scuola media. Beppe è molto studioso, ma anche molto impacciato, soprattutto con le ragazze; Francesca, esuberante e pragmatica, è un po’ l’anima del gruppo. Giada, bella e tendenzialmente sognatrice, ha segretamente una cotta per Marco, un suo compagno. La presenza in casa di Giada di un tavolino proibito, un tempo usato per le sedute spiritiche, porterà nella quotidianità dei ragazzi una presenza terrificante, lo spirito di Matteo Bianchi, un loro compagno di classe, morto in un incidente stradale un anno prima. Il ritorno di Matteo Bianchi darà il via a una serie di eventi inspiegabili, che trascineranno i tre ragazzi in un'avventura al limite del paranormale. Ma sarà proprio vero che i fantasmi esistono?